Se la TV si vuole salvare deve smettere di contare sui dati auditel, specie quella a pagamento.
Leggete cosa ne pensa Rosario Fiorello.
analisi, recensioni, visioni, illuminazioni, cinema, film, video, corti, ecologia, politica...
Visualizzazione post con etichetta web. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta web. Mostra tutti i post
19 gennaio 2011
29 settembre 2010
Il passato e il futuro della TV
La televisione non morirà ma verrà inglobata dal web. Questa l'opinione di Brian Johnson, Consumer Experience Architect (Architetto dell'Esperienza del Consumatore! Un titolo affascinante e terrorizzante allo stesso tempo) della Intel.
Etichette:
interattività,
internet,
televisione,
tv,
web
01 luglio 2010
Libera rete
Segnalo un'altra trasmissione a "rete unificata", come qualcuno l'ha definita, dopo il mega evento web Raiperunanotte.
Diverse webtv collaboreranno giovedì 1 luglio per trasmettere una maratona dalle ore 17 alle ore 24 in occasione del giorno di protesta contro la cosiddetta Legge bavaglio, che tra le altre cose nefaste, impone sanzioni pesantissime per i blog.
L'iniziativa si chiama Liberarete.
Diverse webtv collaboreranno giovedì 1 luglio per trasmettere una maratona dalle ore 17 alle ore 24 in occasione del giorno di protesta contro la cosiddetta Legge bavaglio, che tra le altre cose nefaste, impone sanzioni pesantissime per i blog.
L'iniziativa si chiama Liberarete.
Etichette:
legge bavaglio,
liberarete,
raiperunanotte,
web
11 giugno 2010
World Wide Web of Football
Potranno i mondiali di calcio dare veramente un accelerata al definitivo sorpasso del web ai danni della tv?
Ecco il servizio di rainews24.
Ecco il servizio di rainews24.
17 maggio 2010
Indifferenza civile
La rete è ancora una volta sotto minaccia. per questo il blog di Bebbe Grillo lancia la sifda della "indifferenza civile". In un recente post sono elencate le leggi e i progetti di legge che aggrediscono la libertà del web e si dichiara che il sito (uno dei principali blog al mondo) si comporterà come se le future leggi tese a limitare il comportamento dei blogger non esistessero, non riconoscendo l'autorità degli organi promulgatori delle norme stesse.
Etichette:
beppe grillo,
blog,
censura,
comunicazione politica,
web
21 marzo 2010
I "matusa" parlano di web
Riprendo una notizia dal sito Toshare.
Nella legislatura che ha dato vita al disegno di legge Carlucci e al “decreto ammazza blog” (e relative proteste che hanno portato buona parte della blogosfera italiana a scendere in piazza), nel paese che mantiene la legge Pisanu portandosi dietro un’impianto normativo sul diritto d’autore risalente agli anni del fascismo, nello stesso paese che circa un anno fa oscurava The Pirate Bay, l’11 marzo accade un fatto singolare: Lawrence Lessig, il giurista noto al secolo come l’”inventore” delle licenze Creative Commons, tiene una lectio magistralis ospitata dalla Presidenza della Camera.
I relatori erano tutti maschi, bianchi e sopra i quarant’anni, ovvero la descrizzione perfetta della classe dominante occidentale.
Nel suo discorso introduttivo, Fini fa due affermazioni interessanti: il web non è semplicemente un nuovo media di convergenza e concepirlo come una tv (sue testuali parle) sarebbe una posizione di retroguardia, internet possiede meccanismi di autoregolementazione da prendere in considerazione anche se rapportati alla criminalità, mentre l’unico modo di affrontare la lotta al crimine in ambito digitale è la cooperazione transnazionale; l’accesso a internet è un diritto fondamentale.
Ma il Presidente della Camera politicamente non si sbilancia: nessun accenno alla riforma sul diritto d’autore, né alla legge Pisanu (solo per citare due aspetti della politica italiana irrisolti da anni), nè alla brevettabilità del software, solo un generico ma formalmente convinto auspicio affinchè le istituzioni partecipino al dibattito sull’innovazione in modo “attivo” e “consapevole”.
L’ultimo intervento è quello di Paolo Romani. Romani è al centro di due polemiche: la prima sulla scomparsa di un fondo infrastrutturale di 800 mln di euro da investire per la connettività (che poi si scopre essere “congelato” da Tremonti fino a crisi superata: staremo a vedere) e la seconda sul “decreto Romani” (in sintesi: disegno di legge in recepimento alla direttiva europea in materia di trasmissione audiovisiva, che equiparava i siti eroganti servizi di streaming a vere e proprie emittenti, anche se non professionali). Se il decreto è stato parzialmente rivisto, alla domanda di Luna “scegliere fra il Ponte di Messina e l’ivestimento in connettività”, Romani sostiene: “non dobbiamo scegliere, abbiamo i fondi per i due investimenti” difendendo, di fronte a un pubblico che in sala sussulta, l’impatto positivo che un’intervento come il Ponte avrebbe. Sulla Pisanu la risposta è dello stesso livello: non c’è problema, tutti possiamo avere un hotspot pubblico, basta dare la carta d’identità.
Nonostante l’attitudine e i molti elementi positivi, lascia un retrogusto amaro lo stesso discorso di Lessig: da un lato il prendere le distanze dai fenomeni come la pirateria (che sono il contesto sociale, la precondizione e il motivo per l’esistenza di un’organizzazione come Creative Commons), dall’altro il ridurre al problema del compenso (come retrubuire gli autori/artisti/prosumer) un ben più vasto problema che significa rimettere in discussione e reinventare il patto sociale, i modelli e la definzione del valore nella società contemporanea (informazionale, postpolitica, etc…). Con un inciso: posto che la possibilità dell’espressione e della creatività sono sempre condizionate dal contesto e dalle condizioni materiali, l’origine del processo creativo non è la retribuzione, ma l’urgenza stessa dell’espressione in tutte le sue forme.
Il video dell'inervista rilasciata a margine del convegno da Lawrence Lessig:
Nella legislatura che ha dato vita al disegno di legge Carlucci e al “decreto ammazza blog” (e relative proteste che hanno portato buona parte della blogosfera italiana a scendere in piazza), nel paese che mantiene la legge Pisanu portandosi dietro un’impianto normativo sul diritto d’autore risalente agli anni del fascismo, nello stesso paese che circa un anno fa oscurava The Pirate Bay, l’11 marzo accade un fatto singolare: Lawrence Lessig, il giurista noto al secolo come l’”inventore” delle licenze Creative Commons, tiene una lectio magistralis ospitata dalla Presidenza della Camera.
I relatori erano tutti maschi, bianchi e sopra i quarant’anni, ovvero la descrizzione perfetta della classe dominante occidentale.
Nel suo discorso introduttivo, Fini fa due affermazioni interessanti: il web non è semplicemente un nuovo media di convergenza e concepirlo come una tv (sue testuali parle) sarebbe una posizione di retroguardia, internet possiede meccanismi di autoregolementazione da prendere in considerazione anche se rapportati alla criminalità, mentre l’unico modo di affrontare la lotta al crimine in ambito digitale è la cooperazione transnazionale; l’accesso a internet è un diritto fondamentale.
Ma il Presidente della Camera politicamente non si sbilancia: nessun accenno alla riforma sul diritto d’autore, né alla legge Pisanu (solo per citare due aspetti della politica italiana irrisolti da anni), nè alla brevettabilità del software, solo un generico ma formalmente convinto auspicio affinchè le istituzioni partecipino al dibattito sull’innovazione in modo “attivo” e “consapevole”.
L’ultimo intervento è quello di Paolo Romani. Romani è al centro di due polemiche: la prima sulla scomparsa di un fondo infrastrutturale di 800 mln di euro da investire per la connettività (che poi si scopre essere “congelato” da Tremonti fino a crisi superata: staremo a vedere) e la seconda sul “decreto Romani” (in sintesi: disegno di legge in recepimento alla direttiva europea in materia di trasmissione audiovisiva, che equiparava i siti eroganti servizi di streaming a vere e proprie emittenti, anche se non professionali). Se il decreto è stato parzialmente rivisto, alla domanda di Luna “scegliere fra il Ponte di Messina e l’ivestimento in connettività”, Romani sostiene: “non dobbiamo scegliere, abbiamo i fondi per i due investimenti” difendendo, di fronte a un pubblico che in sala sussulta, l’impatto positivo che un’intervento come il Ponte avrebbe. Sulla Pisanu la risposta è dello stesso livello: non c’è problema, tutti possiamo avere un hotspot pubblico, basta dare la carta d’identità.
Nonostante l’attitudine e i molti elementi positivi, lascia un retrogusto amaro lo stesso discorso di Lessig: da un lato il prendere le distanze dai fenomeni come la pirateria (che sono il contesto sociale, la precondizione e il motivo per l’esistenza di un’organizzazione come Creative Commons), dall’altro il ridurre al problema del compenso (come retrubuire gli autori/artisti/prosumer) un ben più vasto problema che significa rimettere in discussione e reinventare il patto sociale, i modelli e la definzione del valore nella società contemporanea (informazionale, postpolitica, etc…). Con un inciso: posto che la possibilità dell’espressione e della creatività sono sempre condizionate dal contesto e dalle condizioni materiali, l’origine del processo creativo non è la retribuzione, ma l’urgenza stessa dell’espressione in tutte le sue forme.
Il video dell'inervista rilasciata a margine del convegno da Lawrence Lessig:
26 febbraio 2010
Google condannata. Meglio non sapere?
Nella maggior parte dei Paesi del mondo non sarebbe successo. Ma da noi è diverso.
E' di poche ore fa la notizia che il tribunale di Milano ha condannato a sei mesi tre dirigienti di Google, proprietaria di YouTube, per avere permesso la diffusione di un filmato in cui un ragazzo autistico veniva seviziato da alcuni compagni.
E' ovvio che la sentenza del tribunale va letta nell'ottica del sempre maggiore controllo della libertà della rete da perte delle Istituzioni italiane.
YouTube è stato solo il mezzo che ha portato a conoscenza il fatto e, come si dice nel blog di Beppe Grillo, la sentenza dimostra che non costituiscono reato le percosse inflitte al ragazzo autistico, ma la violazione della privacy di chi ha commesso la violenza.
Le violenze e le sopraffazioni continuino, ma perché continuino è necessario che i responsabili non possano essere sputtanati. E il discorso si estente a tutti i livelli della società, fino agli imprenditori del malaffare e fino ai politici marci.
E' di poche ore fa la notizia che il tribunale di Milano ha condannato a sei mesi tre dirigienti di Google, proprietaria di YouTube, per avere permesso la diffusione di un filmato in cui un ragazzo autistico veniva seviziato da alcuni compagni.
E' ovvio che la sentenza del tribunale va letta nell'ottica del sempre maggiore controllo della libertà della rete da perte delle Istituzioni italiane.
YouTube è stato solo il mezzo che ha portato a conoscenza il fatto e, come si dice nel blog di Beppe Grillo, la sentenza dimostra che non costituiscono reato le percosse inflitte al ragazzo autistico, ma la violazione della privacy di chi ha commesso la violenza.
Le violenze e le sopraffazioni continuino, ma perché continuino è necessario che i responsabili non possano essere sputtanati. E il discorso si estente a tutti i livelli della società, fino agli imprenditori del malaffare e fino ai politici marci.
22 febbraio 2010
Concorsi e crowdsourcing
Si moltiplicano i concorsi online e i progetti cosiddetti di crowdsourcing.
L'ultimo, interessante progetto, è perFiducia 2.0. E' fondamentalmente un gioco, che consiste nel creare un personaggio e di volta in volta, aggiungendo piccoli stralci narrativi in accordo con le direttive del sito, creare una storia.
Le storie che attireranno di più la curiosità verrano premiate e tre fortunati tra i primi 30 vedranno le proprie storie trasformate in un cortometraggio.
Anche se sponsorizzato da una potente banca, questo sembra per ora un semplice gioco-concorso. Tuttavia, resta aperto il dibattito se sia più o meno corretto che multinazionali "sfruttino" le idee e la passione di giovani talentuosi anche se inesperti, per promuovere il loro marchio, in cambio di poche migliaia di euro al solo vincitore (e lasciando a mani vuote molti altri che si sono impegnati nel lavoro), e risparmiando dal canto loro svariate centinaia di migliaia di euro.
Il 2.0 è anche questo. Gli utenti diventano sempre più parte attiva anche nella costruzione del branding. In fondo è la versione aggiornata di quello che già si fa da diverso tempo (e si continua a fare) quando si portano i logo delle grandi marche sui propri indumenti: pubblicità gratis; anzi a pagamento, ma non sa parte di chi ne ottiene il diretto beneficio, bensì da parte di chi il beneficio offre.
L'ultimo, interessante progetto, è perFiducia 2.0. E' fondamentalmente un gioco, che consiste nel creare un personaggio e di volta in volta, aggiungendo piccoli stralci narrativi in accordo con le direttive del sito, creare una storia.
Le storie che attireranno di più la curiosità verrano premiate e tre fortunati tra i primi 30 vedranno le proprie storie trasformate in un cortometraggio.
Anche se sponsorizzato da una potente banca, questo sembra per ora un semplice gioco-concorso. Tuttavia, resta aperto il dibattito se sia più o meno corretto che multinazionali "sfruttino" le idee e la passione di giovani talentuosi anche se inesperti, per promuovere il loro marchio, in cambio di poche migliaia di euro al solo vincitore (e lasciando a mani vuote molti altri che si sono impegnati nel lavoro), e risparmiando dal canto loro svariate centinaia di migliaia di euro.
Il 2.0 è anche questo. Gli utenti diventano sempre più parte attiva anche nella costruzione del branding. In fondo è la versione aggiornata di quello che già si fa da diverso tempo (e si continua a fare) quando si portano i logo delle grandi marche sui propri indumenti: pubblicità gratis; anzi a pagamento, ma non sa parte di chi ne ottiene il diretto beneficio, bensì da parte di chi il beneficio offre.
Etichette:
2.0,
cortometraggio,
crowdsourcing,
perfiducia,
web
Iscriviti a:
Post (Atom)