28 gennaio 2012

ACAB - La vita non è un film

La presentazione del libro e del film ACAB a Milano del 24 gennaio scorso è stata animata da una viva ma civile contestazione di un gruppo di di giovani vicini al centro sociale ZAM.
I ragazzi sono intervenuti a termine degli interventi di Pierfrancesco Favino e Stefano Sollima alla libreria Feltrinelli in Corso Buenos Aires a Milano imputando a scrittore e regista di avere trasformato fatti reali e drammatici in una fiction edulcorata che tenderebbe a trasfigurare un tema delicatissimo e riabilitare figure di poliziotti corrotti e violenti.
Questo è il racconto per immagini dell'evento.


22 gennaio 2012

Drive: un B-movie di classe

Nel titolo del film, Drive, è espressa molta della sostanza del film. Nella sua asciuttezza, il titolo descrive l'essenzialità drammaturgica del film e definisce tutto quello che sappiamo del personaggio principale. Drive, guidare, è semplicemente quello che fa. E’ un titolo molto didascalico, puramente denotativo. E’ ciò che maggiormente identifica il protagonista: che si tratti di gare sportive (il suo sogno), che si tratti di guidare in condizioni estreme nelle scene di film (l’occupazione principale) o che si tratti di fare da autista per ladri e rapinatori, per lui tutta la sua vita si può sintetizzare con una sola piccola parola. La sua passione totale, non fa differenza morale lo scopo per cui tiene in mano il volante o spinge sull’acceleratore. Lui guida. Punto. Anche quando deve fare un invito alla ragazza della quale si è innamorato, le chiede se ha voglia di un "ride". Che in lingua originale potrebbe suonare come un doppio senso inopportuno per un primo appuntamento, ma non per lui. per lui è solo un giro in auto.

L'interpretazione di Ryan Gosling, nel ruolo principale, è molto misurata, il duro silenzioso. Clint Eastwood, è il primo riferimento che viene in mente: l'uomo senza nome per eccellenza, come senza nome è il protagonista del film, chiamato semplicemente "il ragazzo" da chi si vuole riferire a lui.

Già dalla primissima scena del film è dichiarata la natura oscura del personaggio, ma anche la sua natura meticolosa, che ha in fondo delle regole, una morale, anche se una morale tutta sua. Cosa abbastanza tipica dei noir. O dei western.

Anche degli altri personaggi sappiamo in realtà molto poco della loro storia. C'è una giovane madre single (Carey Mulligan), c'è il suo bambino, c'è il suo capo, Shannon (Bryan Cranston) che conosce della gente piuttosto rozza, che però può essere utile alla loro causa.

In questo microcosmo, si sviluppa tutto il dramma di Drive. Il "ragazzo" entra in conflitto con la sua stessa famiglia, per così dire, e il conflitto non porterà a una risoluzione e un ritorno completo all'ordine iniziale, ma solo a una stabilizzazione, una neutralizzazione della situazione. Torna la calma, per lo meno apparente, le biglie del flipper impazzito sono state riportate in posizione di equilibrio, ma un equilibrio precario, in cui la lezione è che è meglio non cercare di sconvolgere la situazione per non creare danni peggiori. Esiste una redenzione? Sembra essere la domanda centrale del film. E la risposta è no, o per lo meno la redenzione non è definitiva e totale, comporta una perdita, un compromesso. Alcuni valori sembrano pur sempre emergere, come amore, onestà e coerenza, anche in un film per certi versi bizzarro.

Drive sembra un film noir degli '70 o '80, un b-movie già a partire dai titoli di testa rosa shocking, per non parlare di tutto il trattamento cromatico di oggetti e della stessa città di Los Angeles, città inospitale ma a suo modo affascinante e romantica. Però la regia è totalmente diversa da un film di genere, da quei movimenti di macchina molto spregiudicati che per esempio sono elogiati da Tarantino, che pure pesca nello stesso immaginario filmico e condivide con Refn un certo gusto per il particolare truculento.

In Drive lo stile di regia sembra opposto a quello dei b-movies che piacciono a Quentin Tarantino. Le inquadrature sono fluide e calibrate. Non c'è spettacolarizzazione ed enfatizzazione attraverso la regia, ma anzi la regia sceglie di sottolineare, per così dire, l'indole del protagonista: fuoco che cova sotto la cenere.

Il film ha punte di kitsch, se non addirittura trash, ma il tutto sembra condito e trattato con una grande classe. Ed è forse questo unione ossimorica, questa commistione di opposti che ha fatto apprezzare il film a molti. Refn riesce a farlo senza risultare pretenzioso, ma il film traspira genuino affetto nei confronti dei riferimenti cinematografici che omaggia.

Le inquadrature precise e patinate sono generalmente molto lunghe, dilatate, specie considerato il genere in cui il film si inserisce. La composizione molto calibrate, molto stabili (senza l'uso di camera a mano) sia nelle scene d'azione, sia nelle soggettive e spesso anche quando Gosling guida (o finge di guidare). Lo stesso si può dire per i molti ralenti. Le inquadrature sono spesso grandangolari con molta profondità di campo: cioè campi larghi in cui sia gli elementi in primo piano che lo sfondo sono a fuoco e sembrano avere pari dignità. Grande eccezione è la scena che si svolge in auto, in cui Irene, la ragazza di cui il protagonista si è innamorato, annuncia l'uscita dal carcere del marito. Nella scena il fuoco è costantemente sul volto impassibile di Gosling, mentre la ragazza, anche quando parla, rimane sempre fuori fuoco. Da lì il film cambia totalmente, un'ellissi di tempo non segnalata da alcuna transizione ci porta alla festa per lo scarceramento del marito di Irene e l'atmosfera sospesa e ipnotica (grazie al sonoro del film) si fa tesa.

Il ritmo del film è di conseguenza lento, e ciononostante la tensione è mantenuta viva per tutto il film, che non perde mai di interesse, perché alti e bassi della narrazione sono ben ponderati. Solo nella seconda parte del film, nell'ultimo terzo addirittura, avvengono improvvise accelerazioni nelle scene di violenza e il passo posato del film è interrotto da alcune sciabolate, come due colpi di katana presi da un film di samurai. Inoltre, vi sono gli insistiti e numerosi ralenti che caratterizzano molte scene, specie in questa seconda parte del film, ai quali abbiamo già accennato.

Il commento musicale è piuttosto esplicito. La musica elettronica conferisce un'atmosfera anni '80 alla pellicola, ma non solo serve a suggerire un tono e un’atmosfera, aggiunge significato: “real hero e real human being...” Il regista dice di essere molto attento a questo aspetto perché secondo lui, il modo di descrivere un film non è a parola ma con la musica. Quando fa un film, Refn si chiede: come suona questo film? Che rumore fa?

La scarna vicenda raccontata dal film si svolge nell'arco temporale di pochi giorni, con ampie ellissi nella seconda parte, specie quella già ricordata prima dello scarceramento del marito di Irene. Si punta al sodo, non ci sono perdite di tempo. Anche da questo punto di vista, Drive è di una secchezza esemplare.

Drive è il secondo film "americano" di un danese che ha avuto successo specialmente con la trilogia Pusher, action movie violenti e sicuramente meno raffinati dal punto di vista stilistico. Un regista che non ha sfruttato l’occasione offerta dall’industria americana per fare film di cassetta – forse anche perché grossi budget dietro a Drive non ci sono, dopo il fallimento del primo film prodotto negli USA, Fear X, un film denso di mistero – ma ha fatto un’operazione quasi nostalgica.

E' un film che sfugge alla categorizzazione. E’ un film fatto con cura che non ha niente di attuale dal punto di vista stilistico e allo stesso tempo non si può definire un film postmoderno. Forse anche perché Refn, per sua stessa ammissione, ha smesso di ragionare su come devono essere i suoi film ma li gira seguendo l'istinto e solo dopo si accorge dei motivi che l'hanno portato a certe scelte. L'arte è per lui più il processo che il risultato.

Drive è un film, come tutti i suoi, che coltivano un'estetica delle immagini anni '80, così come la sonorità, periodo in cui, trasferito da poco a New York, non conoscendo la lingua e affetto da una forma di dislessia, non potendo leggere, Refn si è nutrito sostanzialmente solo di televisione.

Il regista ammette di rubare quando crea, ma dice che è necessario e che tutti lo fanno. Sostiene inoltre di fare sempre film su personaggi isolati, e crede che ciò sia dovuto al fatto di essersi sentito isolato nella sua infanzia newyorkese. E così, per esempio, in Walallah Rising (2009) il protagonista è un guerriero muto (taciturno quindi anche più del protagonista di Drive) e che ha solo un occhio, però può vedere il futuro e ha poteri telepatici. Bronson (2008) è la biografia rivisitata di un carcerato inglese che invece di scontare 7 anni per furto ha passato 34 anni in carcere, 30 dei quali in isolamento per le continue risse e violente rivolte di cui si è reso protagonista. Ne viene fuori il ritratto di un performer che usa la violenza come forma espressivo.

I personaggi di Refn hanno insomma delle qualità interiori che desiderano con forza tirare fuori. I film parlano sempre di persone sole che devono usare la violenza per farsi valere. Non a caso, l'arte è secondo il regista un atto di violenza. Penetra il fruitore. E come la guerra può cambiare il mondo, ma invece di distruggere, ispira. 

E in Drive il protagonista è un uomo senza amici e senza famiglia, un essere umano che è anche un eroe. Uno squalo buono, o un buono che sa essere squalo, come sembra suggerire il dialogo con il piccolo davanti alla TV. Un individuo dalla doppia personalità, galantuomo e rapinatore. Pacifico ma velenoso come lo scorpione che porta disegnato sul giubbino. Fatto che lo rende estremamente interessante ed è per questo che Ryan Gosling lo ha scelto, come ha scelto il regista che lo avrebbe ritratto in quella che appare come una grande opera di autopromozione. Gosling è protagonista indiscusso della pellicola ed è spesso inquadrato in primissimi piani, anche questi dal sapore western.

Il personaggio e il trattamento visivo del film stanno forse più a cuore a Refn e Gosling che non il racconto stesso, che può essere visto come nient’altro che una fiaba, una fiaba in cui un misterioso principe azzurro salva una principessa caduta in disgrazia. Purezza e precisione sono gli ideali di questo principe, anche quando compie reati. (Il tempo che dà ai rapinatori che scorta sui luoghi del delitto sono 5 minuti, non sgarra e non vuole sgarri. C'è una morale molto rigida in tutti i suoi comportamenti). Ne consegue una scarsa profondità dei personaggi e una rarefazione drammatica che lascia spazio alla cura visiva.

E' qui che risiede il principale valore del film, più che nella storia che non presenta eccezionalità e più che nei personaggi e nei temi che non presentano nulla di particolarmente originale. Sta proprio nello stile visivo del regista che rispolvera un po' nostalgicamente il thriller, fondendo come abbiamo visto stilemi estetizzanti a elementi kitsch. Molto di questo kitsch deriva dalle dirette citazione di Scorpio Rising un film underground del regista Kenneth Anger (1964), che è sempre stato un punto di riferimento per Refn. A partire dal giubbino del protagonista con lo scorpione ricamato, esatta copia di quello del film di Anger. E se allora i protagonisti sono centauri quasi feticisti della moto (con un intreccio di esibizione gay e nazista e simbologie sessuali e sadiche), nel film di Refn abbiamo un autista, che ha fatto dell'auto la sua ragione di vita. Un certo feticismo compare anche in alcuni elementi che caratterizzano il protagonista: il giubbotto (che non si toglie mai, nemmeno quando imbrattato di sangue è prova manifesta dei suoi crimini), lo stuzzicandenti che tiene spesso in bocca, il martello usato come arma sono elementi smaccatamente kitsch.

A me, Drive ricorda molto anche David Lynch per il tema della superficie idilliaca o glamour sotto la quale si nasconde il torbido. Ma vi trovo di Lynch anche la ricorrenza dell'elemento della strada e la descrizione della malavita Losangelina, che vede coinvolti in realtà pochi personaggi, tenebrosi, ma al limite del grottesco.

Volendo cercare qualcosa di archetipico in Drive, mi pare possibile anche ravvisarvi il racconto di un'emancipazione di un uomo non ancora del tutto adulto che deve “uccidere il padre”, liberarsi del gioco, trovare una nuova famiglia e cominciare ad essere veramente uomo. Come un racconto di formazione spostato però di 5 o 10 anni in avanti. Non si tratta di un adolescente ma di un giovane uomo. Alla fine del film, se l'equilibrio non è stato trovato, il protagonista può ben dire di essersi sbarazzato dei padri (e "padrini" e padroni, se si vuole), e sentirsi sicuramente più uomo.

Ora può ricominciare forse in maniera ciclica una nuova avventura, in cui il "ragazzo" cercherà un nuovo luogo dove stare, un nuovo lavoro, con motivi validi per non far trapelare nulla del proprio passato.
Nicolas Winding Refn (THE PUSHER TRILOGY, BRONSON, VALHALLA RISING) talks to Reverse Shot's Damon Smith about growing up isolated in America, the act of creation, and the Michael Bay movie he really wants to make.

10 dicembre 2011

Il pregio nell'arte

Da ragazzo cercavo di capire le arti e desideravo uno strumento che mi permettesse di catalogare le opere e scegliere tra quelle degne di lode e quelle trascurabili. Se mi piaceva un romanzo o una poesia, poi, mi sarebbe piaciuto essere in grado di spiegare, a me stesso e a chi me lo avesse chiesto, perché.

Nel mio vagare incerto, ebbi il primo barlume di metodo che avesse un che di concreto e oggettivo in una delle mie professoresse di italiano che un giorno in classe disse: "un'opera di pregio è quella in grado di rispondere a tutti i perché che solleva."

Finalmente avevo una pista. Se per esempio un poeta aveva scelto quella forma e persino quella singola parola in base a un preciso perché, la poesia aveva valore. Ci voleva cioè uno specifico motivo per ogni singola scelta artistica.

Ora riconosco invece che quella parvenza di oggettività nel giudicare il pregio artistico di un'opera di qualsiasi forma espressiva fosse puramente illusoria. Già allora mi rendevo conto, pur non sapendo articolare il dubbio, che non fosse facile recuperare tutti i perché, cioè farsi le domande giuste di fronte a una forma d'arte. E come rispondere poi a quelle domande?

Come minimo bisogna essere dei "lettori competenti" (così direbbe Jonathan Culler) e sapere un mucchio di cose sull'opera, sul suo autore, sul contesto storico e via dicendo. E chi poteva dirsi in grado di avere tutti gli strumenti per potere rispondere in modo appropriato alle domande? E come sapere se le risposte fossero corrette? Nell'irreperibilità dell'autore, bisognava chiedere alla "comunità interpretativa" (così la chiamerebbe Stanley Fish)? E come fidarsi della comunità?

Ma in fin dei conti chi, se non il lettore è l'incaricato di rivolgere queste domande al testo. Chi se non il lettore, di nuovo, ha il compito di rispondere a queste domande. Il testo, è chiaro, è solo uno strumento nelle sue mani, che funzione al più come uno specchio che riflette considerazioni che nel lettore stesso nascono e muoiono. Il pregio, non sta nel testo, ma nel lettore che lì lo pone e lo scova.

La mia professoressa di italiano, anzichè dire che un'opera di pregio è quella in grado di rispondere a tutti i perché che solleva, avrebbe dovuto dire che l'opera che potrete ritenere di pregio è quella che vi susciterà il maggior numero di domande e riflessioni e che sarete in grado di utilizzare per definire meglio la vostra compresione dell'arte, la sua stessa forma espressiva, oppure voi stessi o qualsiasi altra cosa vi permetterà di mettere a fuoco.

08 dicembre 2011

Appunti su La donna che canta

Detto in due parole, La donna che canta è la storia di una coppia di fratelli gemelli che cercano il resto della loro famiglia. La ricomposizione impossibile di un nucleo famigliare che diventa ricomposizione di tutta l'umanità.

E' un film drammatico e tragico fino all'estremo del verosimile. Più che a un film realista è avvicinabile a una tragedia greca classica, trasportata però all'epoca della guerra in Libano. Parla di una sofferenza privata che, come quella della guerra, tanto più grande perché imposta dall'alto, dal destino, così come la guerra è imposta per ragioni che spesso i popoli non condividono.

Se il titolo italiano mette in risalto l’estremo coraggio di questa donna, che fa pensare a un altro capolavoro teatrale, Madre coraggio e i suoi figli, appunto, di Brecht, anche per via della tematica della guerra presente nel dramma di Brecht, il titolo originale è Incendies (fuochi) e richiama le esplosioni della guerra. E anche le esplosioni di violenza che non vengono da arma da fuoco.

E' il quarto film di Denis Villeneuve, regista canadese, che ha collezionato una serie importante di premi anche con i film precedenti, con i quali ha rappresentato più volte il Canada per la corsa agli Oscar. Ma solo con questo ha ricevuto effettivamente la candidatura alla statuetta come miglior film straniero. E come miglior film straniero, La donna che canta è stato nominato aianche ai David di Donatello.

Il film ha origina da una pièce teatrale di Waidi Mouawad, drammaturgo libanese che vive in Canada. Lavoro che ha debuttato nel 2003 ed è stato rappresentato anche in Italia.

E' un film che trascina verso i suoi gorghi infernali e richiede di prendere un po' d'aria mano a mano che si fanno le dolorose scoperte assieme ai gemelli che compiono l'indagine alla ricerca del loro passato. La narrazione riesce a rivelare piano piano tutti i suoi dettagli che saranno sempre più terribili. Cosa che avvicina questa tragedia a un film noir. E' un film forte che richiede di essere seguito nel suo gioco di eccessi melodrammatici.

Il perdono.


Mi pare che il tema principale della pellicola sia quello del perdono. I protagonisti sono coinvolti dalla madre in una caccia al tesoro per scoprire un verità troppo difficile e dolorosa. Il tesoro è quindi la verità, il tesoro è la propria storia, la propria origine. Il tesoro è la conoscenza.

Questa si genera attraverso una catarsi, cioè una purificazione, prodotta da un dolore talmente grande che rischia però di schiacciare e se ne esce talmente puliti, talmente depurati che si è così sottili, così essenziali, svuotati da ogni sovrastruttura che permette di perdonare qualsiasi atrocità.

La protagonista ha subito così tanta cattiveria e violenza che non ha nulla da perdere, non ha praticamente più sentimento, ma solo vendetta, eppure quella vendetta non si può compiere, non si può sviluppare ma dove muore nasce invece il perdono perché sarebbe una vendetta contro chi ha desiderato più di ogni altra cosa al mondo. E in più è una vendetta talmente forte che si esaurisce da sola. E' come un fuoco che ha bruciato tutto e quindi si autoestingue perché non ha più nulla da bruciare.

I figli arrivano così a capire che la madre è sempre sembrata fredda e avara di sentimento nei loro confronti, perché sopraffatta da un numero di emozioni indescrivibili per la loro forza e perché erano per lei il frutto delle violenze subite. Nel finale, all'ostilità che i suoi fratelli avevano nei confronti del suo amore e del suo amato (odio etnico che scatena la serie indicibile di tragedie), si contrappone il perdono della nuova generazione che se riesce, può riconciliarsi con se stessa e con la generazione precedente attraverso la figura mostruosa di questo padre-fratello torturatore. L'agnizione, riconoscimento della reale identità di un personaggio, risolve il dramma come nella teatro classico e comporta un grosso colpo di scena.


La guerra.

 

Il tutto avviene attraverso un viaggio nello spazio e nel tempo, in cui la figlia ripercorre le tappe della storia della madre, dall’allontanamento dal suo villaggio per la scandalosa gravidanza avuta da un Palestinese (lei è cristiana, quindi di un’altra religione) e attraverso numerose dolorose tappe, fino alla prigione dove è stata rinchiusa e torturata.

All'andamento binario dei due fratelli che affrontano in maniera così diversa le ultime volontà della madre, si affianca il contrasto tra il Canada, gelido e fermo, e il Medio Oriente, scaldato dal sole ma anche infuocato dalla guerra. Ma la scelta del Medio Oriente è solamente simbolica o quasi. Il film è stato girato in Giordania ed è ambientato durante la guerra di Libano, ma non ci sono, e volutamente, riferimenti precisi a singoli episodi o battaglie. Stupri, torture sono una caratteristica di ogni guerra, ma la situazione mediorientale è ciò che ci può essere di più tragico e costantemente instabile nell'immaginario odierno.

Forse è per questo che il film non lascia spazio ai giudizi su vittime e carnefici, perché troppo grande è la colpa e troppo grande è l'amore di questa donna. Di nuovo, la guerra potrebbe essere stato solo un pretesto per raccontare la violenza più atroce, un pretesto per raccontare una vicenda al limite, che in realtà potrebbe succedere anche tra le mura domestiche. Purtroppo ci raggiungono notizie sgradevoli di violenze sessuali commesse da genitori nei riguardi dei propri figli. Per molti popoli anche in questo momento sono comunque violenze che vengono perpetuate, dovunque ci siano scontri etnici, religiosi, eccetera. 

Molteplicità.
 
La donna che canta tocca numerosi e spinosi temi: perdono, guerra, violenza, condizione della donna, famiglia, amore, questione mediorientale. E può essere letto in molte maniere different, come parabola del perdono, come dramma bellico, come melodramma, ma anche come paradosso matematico espresso matematicamente dalla domanda: “può 1 più 1 fare 1?” Ovvero come equazione dove le incognite che dapprima paiono essere due, si moltiplicano via via sono tre, padre, figlio e madre e loro stessi. Esiste poi il paradosso della vita come eterna ricerca di una terra promessa, ricerca di pace quasi impossibile da trovare.

Ma il film è anche una tragedia classica. L'irreparabilità, il destino senza via di fuga, mi fanno pensare anche alle tragedie teatrali, greche e anche moderne, nelle quali non c'è scampo a un destino scritto, anche se questo destino si conosce già. E poi il topos dell'agnizione finale, lo stratagemma del riconoscimento che scioglie una situazione divenuta irrimediabilmente complicata.


E’ in questo e nella massiccia presenza di colpi di scena che il film tradisce l’origina teatrale, anche se il racconto si sviluppa invece con molta sapienza attraverso un intreccio efficace di presente e passato, attraverso questi lunghi flashback che raccontano delle violenze subite dalla madre.




02 dicembre 2011

La Talpa (Tinker, Taylor, Soldier, Spy)


E’ stato presentato a Venezia e arriverà nelle sale a Gennaio l’adattamento cinematografico di un grande best seller di spionaggio di John Le Carré, che prima di diventare scrittore ha lavorato nei servizi di intelligence.

La talpa è il primo di una serie di romanzi che hanno al centro la figura George Smiley, agente segreto britannico ai tempi della guerra fredda contro l’Unione Sovietica.

L’intricata vicenda, che richiede una serie di flashback per essere dipanata, è quella di un agente segreto in pensione, che viene richiamato per scoprire chi sia la talpa del KGB tra i più alti livelli dei servizi segreti.


Il testo di Le Carré era già stato fonte per una serie TV di notevole successo e il film ha dovuto attendere un attore che potesse reggere il paragone a distanza con Alec Guinness, carismatico interprete del primo George Smiley.

TOMAS ALFREDSON (regista)
È molto complicato creare un protagonista che viene descritto come qualcuno che si dimentica in fretta. Dopo 8-10 mesi stavamo per abbandonare le ricerche, quando Tim Bevan, il produttore, ha detto: “perché non chiediamo a Gary?”

GARY OLDMAN (attore)
Sono stati carini a chiedermi di rimanere su una sedia. E’ un ruolo di quelli in cui stai seduto e ascolti e speri di comunicare quello che pensi e che provi, perché fai molto poco.

Tutto nel film è estremamente curato: la regia, la scenografia, i costumi. Ed è grazie a questo che Gary Oldman, solitamente chiamato a ricoprire ruoli fisici e personaggi chiassosi, riesce a calarsi nella fredda tranquillità del protagonista.

GARY OLDMAN
Ho voluto solo dargli qualche chilo e qualche anno in più, così ho mangiato tutto quello che potevo e ho decolorato i capelli.


La Talpa, più che sulle imprese degli agenti, si concentra sulle persone e sui loro sentimenti, sulla lealtà, sul tradimento e sul sacrificio.


PETER STRAUGHAN (sceneggiatore)
Parla di persone che rimangono fedeli anche quando sono state tradite, parla di persone con il cuore a pezzi. E’ un film basato sulle emozioni: ha un tono freddo ma la storia parla di emozioni. Abbiamo cercato di concentrarci sui costi umani di questa guerra.

Nel film si respira l’aria di un’intelligence in declino, come se le spie abbiano perso l’interesse verso una guerra logorante. L’ambientazione in una Londra grigia sottolinea il realismo del film, che non ha nulla a che fare con le acrobazie e il sensazionalismo à la James Bond.

COLIN FIRTH (attore)
Non c’è James Bond. Non è patinato e gli agenti non giocano con i gadget, ma con tè e biscotti e qualche volta del brandy e si parla un linguaggio cifrato, ma con aria naturale.

Colin Firth, altro grande nome del film, che ha affermato di non aver avuto altre offerte interessanti dopo quella per la parte di protagonista ne Il discorso del re che gli ha fruttato l’Oscar, aveva già interpretato un thriller ambientato negli anni ’70: A Single Man.

COLIN FIRTH
Sono film molto diversi, ma entrambi hanno avuto il coraggio di prendere romanzi ricchi e pieni di dialoghi e reinterpretare il loro stile con molti silenzi. Entrambi poi raccontano un passato al quale ora si guarda con più poesia.

01 dicembre 2011

La Terza Guerra Mondiale

Gli Stati Uniti starebbero preparando la Terza Guerra Mondiale contro Iran e, di conseguenza Russia e Cina, dal 2004.
Ancora una volta, il motivo della guerra saranno i giacimenti di combustibili.
Noi, come servi degli Stati Uniti, saremo dalla loro parte e pagheremo il nostro prezzo.