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13 ottobre 2010

Wifi e la legge Pisanu

Da 5 anni lo sviluppo di Internet in Italia è bloccato da una legge oscurantista e antistorica che impone una serie di obblighi burocratici ai pubblici esercizi che vogliono offrire l'accesso alla Rete senza fili. Tra questi, la richiesta di una speciale licenza al questore e l’identificazione degli utenti tramite documento d’identità. Ciò ha costituito un gigantesco disincentivo a creare reti WiFi nel nostro Paese, che infatti è in fondo a tutte le classifiche europee per l'offerta e l'uso di Internet senza fili.

La norma - che non esiste in nessun Paese democratico - è stata varata come misura antiterrorismo nel 2005 dal ministro Giuseppe Pisanu, ma non risulta abbia mai prevenuto alcun attentato. In compenso, è ed è stata una concausa primaria per il mancato sviluppo dell'innovazione digitale del nostro Paese.

Centinaia di imprenditori, manager, blogger, giornalisti, docenti, esponenti politici di entrambi gli schieramenti e semplici cittadini chiedono da tempo che la norma sia abolita.


29 settembre 2010

Il passato e il futuro della TV

La televisione non morirà ma verrà inglobata dal web. Questa l'opinione di Brian Johnson, Consumer Experience Architect (Architetto dell'Esperienza del Consumatore! Un titolo affascinante e terrorizzante allo stesso tempo) della Intel.

27 settembre 2010

Tanto rumore (digitale) per nulla?

Riporto questo articolo tratto dal blog IlNichilista. In calce i miei commenti.

Tanto rumore (digitale) per nulla.
In Social Media e Politica on settembre 26, 2010 at 10:27 am

Ieri è stata una giornata intensa. Prima l’audiomessaggio di Silvio Berlusconi ai Promotori della Libertà. Poi l’attesa, ripagata verso le 19, per il video di Gianfranco Fini, che manda in cortocircuito i server di Farefuturo, Secolo d’Italia e Generazione Italia (qualcuno, naturalmente, ha parlato di “complotto”). Infine la Woodstock 5 Stelle di Beppe Grillo, la due giorni di musica e politica che ha raccolto a Cesena 70 mila persone (180 mila in due giorni, secondo gli organizzatori, ndr).

Una giornata carica di attese non ripagate in termini di notizie politiche. Berlusconi e Fini attaccano allo stesso modo. “In questi giorni l’immagine dà di sé la politica è davvero un disastro, è molto peggio del teatrino di sempre”, annuncia il Premier. “Purtroppo da qualche tempo lo spettacolo offerto dalla politica è semplicemente deprimente”, ribatte il Presidente della Camera. Ma questo lo avevamo capito da soli. Poi Berlusconi decide di passare ad altro: “meglio lasciar perdere“. Anche Fini lo vorrebbe tanto, ma non può. Così impiega nove minuti – e con due mesi di ritardo – per dire, sostanzialmente, che non sa nulla di più di quanto già detto. L’unica vera notizia è che se dovesse essere confermato che la casa di Montecarlo è di proprietà del cognato Giancarlo Tulliani allora sarebbe disposto a dimettersi dalla terza carica dello Stato. Un po’ poco per l’isteria che si era creata nelle ore precedenti. E Grillo? I soliti requiem a partiti e politica intervallati dalla solita auto-rivendicazione di alterità e purezza (“questo è il fango più pulito d’Italia“, “siamo gli squadristi della raccolta differenziata”, “voliamo alto” etc.). Ma per il discorso politico vero e proprio tutto rimandato a oggi.

Che resta? Resta un fatto: che l’intera giornata sia stata monopolizzata dalla Rete. La vera notizia è che ieri tutto è accaduto in Rete, e nessuno se ne è nemmeno accorto. Una giornata come le altre. Eppure è una notizia che personalità diversissime, come Berlusconi, Fini e Grillo, abbiano tutte deciso di dare precedenza a Internet per perseguire i loro scopi. Chi per parlare direttamente al suo popolo, chi per rispondere alle schegge impazzite di una campagna mediatica dai toni e dalle proporzioni insensate, chi per mostrare che un rinnovamento è possibile proprio a partire dal Web, capace di farsi poi carne, musica e pulitissimo fango.

Tutto bene dunque? Non proprio, perché in nessuno di questi tre casi la Rete è stata usata per ciò che è, ossia uno strumento di dialogo e confronto diretto. Al contrario: Berlusconi, Fini e Grillo hanno utilizzato il Web come un megafono delle loro idee, un megafono più cool e potente della televisione, ma che sostanzialmente comunica allo stesso modo: dalla loro bocca (una) alle orecchie di chi ascolta (molti). Che ne è dell’aspetto sociale della comunicazione, che è il vero e proprio cardine del Web 2.0? Berlusconi in passato ha provato a rispondere a domande formulate dai suoi fan sfegatati, gli utenti di Forzasilvio. Ma ha compreso che l’operazione aveva un effetto involontariamente comico, e così è tornato agli audiomessaggi. Alla faccia dell’interazione. Fini, poi, sembra aver adottato la strada del videomessaggio su YouTube per evitare una conferenza stampa in cui avrebbe dovuto cercare di rispondere alle domande dei mastini di Libero e il Giornale, che hanno finalmente potuto sfogare tutta la rabbia per anni di inchieste soffocate (riguardavano sempre il loro datore di lavoro) grazie ai 55 metri quadri monegaschi che stanno tenendo in bilico il Paese. Insomma, più che uno strumento di confronto, il Web sembra essere stato un modo per evitarlo. Una sorta di rifugio da cui emettere il proprio comunicato e sparire. Quanto a Grillo, beh, interagire con lui è da sempre sostanzialmente impossibile. E’ anche fisiologico, se si pensa che ogni post sul suo blog scatena migliaia di commenti. Tuttavia lo stile comunicativo è quello dell’ “io parlo – tu ascolti”. Come nelle rare interviste concesse dall’ex-comico, che si tramutano quasi istantaneamente in monologhi. Una attitudine condivisa da molti suoi lettori, bravissimi a dialogare tra loro (come nell’esperienza dei “Meetup”) ma molto meno capaci di ascoltare chi la pensi diversamente. Quel maxi-palco di Cesena fa capire una volta di più che la Rete può diventare un prato gremito di giovani, ma non fa capire altrettanto chiaramente come potrebbe dare voce a ciascuno di loro, piuttosto che al personaggio noto di turno (un cantante, un premio Nobel, lo stesso Grillo).

[...]

A me invece non sembra che ci sia stato proprio il nulla. La prima notizia, come scrive lo stesso blogger, è che internet è "più potente della TV". Non mi sembra cosa da poco (Woodstock a 5 stelle ha fatto segnare 5 milioni di contatti singoli, a detta di Grillo. Un dato impressionante).

La seconda è che, nel caso di Grillo, le persone potevano commentare l'evento in diretta e mandare al sito i propri video e le proprie foto registrate direttamente e alternativamente alle telecamere di Play.me. Forse si fa ancora in tempo a fare una ricerca su Twitter per vederne gli strascichi che l'evento ha lasciato.

Infine, vorrei sottolineare il fatto che chi si aspettava qualcosa di nuovo dalla giornata di sabato fosse solo un illuso. Cosa ci si può aspettare da Berlusconi? Cosa ci si poteva attendere se non il solito tergiversare da Fini? E per quanto riguarda Grillo, chi conosce il programma del suo movimento non aveva bisogno di essere a Cesena: Cesena è stata una festa. Il programma, quello sì, è invece sviluppato in rete con i modi che alla rete pertengono, in particolare il "metodo wiki".

22 luglio 2010

Chatroulette #2

Avevo parlato di Chatroulette in un post di qualche tempo fa. Mi sono imbattuto ora nelle riflessioni video di BonsaiTV che condivido.

11 giugno 2010

World Wide Web of Football

Potranno i mondiali di calcio dare veramente un accelerata al definitivo sorpasso del web ai danni della tv?

Ecco il servizio di rainews24.

24 aprile 2010

Tassare chi naviga?

Riporto un'interessante nota dal blog di Beppe Grillo.

Certo è che in Italia sembra che si trovino le persone con i nomi più appropriati per la mansione svolta. Grillo, come il grillo parlante di Pinocchio che mette sempre sull'avviso. Manganelli, giustamente, come capo della Polizia. Malinconico come presidente della FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali). Per quest'ultimo il cognome calza a pennello, visto l'andazzo dei giornali Italiani e per le recenti affermazioni:

Gli editori: crisi grave, riforma urgente. Malinconico: "Mini tassa per chi naviga. Misura transitoria per dare ossigeno al settore, costerà come un caffè al mese".

A parte il fatto che le "Misure Transitorie" in Italia hanno valenza come minimo secolare, ma quanti "caffè al mese" è costretto a pagare il contribuente Italiano, di media? Per cosa poi, un settore che già riceve ampie sovvenzioni ed è morente? E' come se facessero pagare una tassa sul computer per mantenere in vita le fabbriche di macchine da scrivere.
50 Stelle (50-stars)


Sono bugiardi, leccaculo e parassiti. Non devono mettere le loro sporche mani sulla Rete.

21 marzo 2010

I "matusa" parlano di web

Riprendo una notizia dal sito Toshare.

Nella legislatura che ha dato vita al disegno di legge Carlucci e al “decreto ammazza blog” (e relative proteste che hanno portato buona parte della blogosfera italiana a scendere in piazza), nel paese che mantiene la legge Pisanu portandosi dietro un’impianto normativo sul diritto d’autore risalente agli anni del fascismo, nello stesso paese che circa un anno fa oscurava The Pirate Bay, l’11 marzo accade un fatto singolare:
Lawrence Lessig, il giurista noto al secolo come l’”inventore” delle licenze Creative Commons, tiene una lectio magistralis ospitata dalla Presidenza della Camera.

I relatori erano tutti maschi, bianchi e sopra i quarant’anni, ovvero la descrizzione perfetta della classe dominante occidentale.

Nel suo discorso introduttivo,
Fini fa due affermazioni interessanti: il web non è semplicemente un nuovo media di convergenza e concepirlo come una tv (sue testuali parle) sarebbe una posizione di retroguardia, internet possiede meccanismi di autoregolementazione da prendere in considerazione anche se rapportati alla criminalità, mentre l’unico modo di affrontare la lotta al crimine in ambito digitale è la cooperazione transnazionale; l’accesso a internet è un diritto fondamentale.

Ma il Presidente della Camera politicamente
non si sbilancia: nessun accenno alla riforma sul diritto d’autore, né alla legge Pisanu (solo per citare due aspetti della politica italiana irrisolti da anni), nè alla brevettabilità del software, solo un generico ma formalmente convinto auspicio affinchè le istituzioni partecipino al dibattito sull’innovazione in modo “attivo” e “consapevole”.

L’ultimo intervento è quello di
Paolo Romani. Romani è al centro di due polemiche: la prima sulla scomparsa di un fondo infrastrutturale di 800 mln di euro da investire per la connettività (che poi si scopre essere “congelato” da Tremonti fino a crisi superata: staremo a vedere) e la seconda sul “decreto Romani” (in sintesi: disegno di legge in recepimento alla direttiva europea in materia di trasmissione audiovisiva, che equiparava i siti eroganti servizi di streaming a vere e proprie emittenti, anche se non professionali). Se il decreto è stato parzialmente rivisto, alla domanda di Luna “scegliere fra il Ponte di Messina e l’ivestimento in connettività”, Romani sostiene: “non dobbiamo scegliere, abbiamo i fondi per i due investimenti” difendendo, di fronte a un pubblico che in sala sussulta, l’impatto positivo che un’intervento come il Ponte avrebbe. Sulla Pisanu la risposta è dello stesso livello: non c’è problema, tutti possiamo avere un hotspot pubblico, basta dare la carta d’identità.

Nonostante l’attitudine e i molti elementi positivi, lascia un retrogusto amaro lo stesso discorso di
Lessig: da un lato il prendere le distanze dai fenomeni come la pirateria (che sono il contesto sociale, la precondizione e il motivo per l’esistenza di un’organizzazione come Creative Commons), dall’altro il ridurre al problema del compenso (come retrubuire gli autori/artisti/prosumer) un ben più vasto problema che significa rimettere in discussione e reinventare il patto sociale, i modelli e la definzione del valore nella società contemporanea (informazionale, postpolitica, etc…). Con un inciso: posto che la possibilità dell’espressione e della creatività sono sempre condizionate dal contesto e dalle condizioni materiali, l’origine del processo creativo non è la retribuzione, ma l’urgenza stessa dell’espressione in tutte le sue forme.

Il video dell'inervista rilasciata a margine del convegno da Lawrence Lessig:

26 febbraio 2010

Google condannata. Meglio non sapere?

Nella maggior parte dei Paesi del mondo non sarebbe successo. Ma da noi è diverso.

E' di poche ore fa la notizia che il tribunale di Milano ha condannato a sei mesi tre dirigienti di Google, proprietaria di YouTube, per avere permesso la diffusione di un filmato in cui un ragazzo autistico veniva seviziato da alcuni compagni.

E' ovvio che la sentenza del tribunale va letta nell'ottica del sempre maggiore controllo della libertà della rete da perte delle Istituzioni italiane.

YouTube è stato solo il mezzo che ha portato a conoscenza il fatto e, come si dice nel
blog di Beppe Grillo, la sentenza dimostra che non costituiscono reato le percosse inflitte al ragazzo autistico, ma la violazione della privacy di chi ha commesso la violenza.

Le violenze e le sopraffazioni continuino, ma perché continuino è necessario che i responsabili non possano essere sputtanati. E il discorso si estente a tutti i livelli della società, fino agli imprenditori del malaffare e fino ai politici marci.