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17 febbraio 2011

Tra sogno e realtà

Spesso alla fine della stesura di un piano regia o di una sceneggiatura, mi ritrovo nella stessa situazione del personaggio interpretato dal regista Pasolini nel suo Decameron, l'allievo di Giotto, e mi vengono in mente le parole che chiudono il film: "Perché realizzare un'opera quando è così bello sognarla soltanto."

30 novembre 2010

Mario Monicelli e la speranza

Già lo diceva Pier Paolo Pasolini, che aveva cancellato la parola speranza dal suo vocabolario, e l'aveva ripetuto non molto tempo fa un altro grande regista italiano, Mario Monicelli, che forse per coerenza alle sue parole, si è tolto la vita ieri: la speranza è una trappola.

19 aprile 2010

Un regista distratto

Come regista sono abbastanza distratto, sul set alla fine di ogni scena ho bisogno che qualcuno ritrovi la mia copia della sceneggiatura che è andata smarrita, appoggiata da qualche parte appena si è iniziato a fare sul serio.

Decisamente no, non potrei mai lavorare con una sceneggiatura di ferro.
Anche perché quando scrivo una sceneggiatura non ho la pazienza né la voglia di pensare a tutti i dettagli. Ci sono troppe cose sul set che non si possono prevedere. Possibile che sia dovuto alla mia non grandissima esperienza, ma è sempre stata parte della mia filosofia la convinzione che fosse impossibile tradurre in atti ciò che si è progettato.

Chris Marker, regista de La Jetée, trovava profondamente noioso e superfluo il lavoro successivo la realizzazione dello stroyboard. Pasolini interpreta l'artista nel suo Decameron e chiude il film con una battuta simile in cui si chiede perché realizzare un'opera quando potrebbe essere sufficiente sognarla. I registi della Nouvelle Vague nella ricerca della vitalità preferivano inquadrature sporche alla precisione della messinscena. Per Antonioni la sceneggiatura era poco più che un canovaccio da alterare ogni qualvolta lo ritenesse necessario e si lasciava condizionare dalle impressioni del momento, ricavate passeggiando e esplorando il set. Gli artisti dada affidano completamente al caso la genesi dell'opera d'arte.

La vita è incontrollabile e la vita, lo sappiamo grazie a Wilde, è imitazione dell'arte.

E poi perché preoccuparsi troppo delle nostre opere quando è lo spettatore, il fruitore a deciderne il destino, ad attribuirne senso e significato?

02 aprile 2010

Pasolini Decameron

Se avessi una poetica, credo che il nucleo centrale sarebbe riassunto dalla frase pronunciata dal regista stesso nel finale di Decameron di Pier Paolo Pasolini.

Perchè realizzare un'opera quando è così bello sognarla soltanto?


02 marzo 2010

L'uomo che verrà

E' il 2010 ed è bello sapere che i proiettori si inceppano ancora, che il quadro dell'immagine può essere sfalsato e la testa degli attori apparire sullo schermo sotto i loro bacini. E' bello sapere che la pellicola brucia ancora. E' parte della magia del cinema.

E' successo in un cinema della provincia, ma la piccola disavventura che ha causato un'interruzione di qualche minuto e la perdita di un paio di scene, non ha pregiudicato l'effetto della visione di un film bellissimo, L'uomo che verrà, secondo lungometraggio di Giorgio Diritti.

Un film denso, più riuscito del pur pregevole Il vento fa il suo giro, che dal punto di vista della drammaturgia si apriva nel finale a qualche sbandata e incoerenza.

Diritti continua l'esplorazione, per così dire, etnografica dell'Italia e della sua origine rurale - in questo è nell'uso del dialetto richiama da vicino il suo maestro Ermanno Olmi. E lo fa anche attraverso soggettive e false soggettive, che rendono la narrazione appassionata, senza pretese di distacco o di falsa (perché quella vera non esiste) oggettività.

Alcuni l'hanno definito un film pasoliniano. Io resisto alla tentazione di farlo, perché comprendo che sia piuttosto dettata dal desiderio di avere trovato un vero e degno erede del cinema di Pasolini che non dalla realtà dei fatti. Non fosse per altro motivo che non la guerra, non la brutalità dell'uomo sono il tema principale del film, ma la speranza. Quella speranza che Pasolini aveva cancellato dal suo dizionario. La speranza del film è forse quella che anche ora (e in ogni tempo nefasto) nascano uomini diversi, illuminati, disposti a cambiare.

L'unica perplessità che mi suscita il film è la presenza, accanto a volti di una espressività oserei dire feroce, come quella di Claudio Casadio, che restituiscono la ricerca (questà sì, pasoliniana) di una caratterizzazione del personaggio guidata dalla sua fisionomia e fisicità, vi siano volti di attori noti come quelli di Alba Rohrwacher, di Maya Sansa e di Stefano Bicocchi, apparso in televisione nelle vesti di comico.

Giudizio in stelline: ****
Giudizio in distanza: 70 km