L'avevo cancellato dalla lista dopo aver sentito da più parti l'appellativo "favola dark" e l'idea che somigliasse troppo a IL LABIRINTO DEL FAUNO, che non mi è piaciuto per niente. E invece l'ho trovato un buon film! Divertente nonostante la tragicità dei temi, con un sacco di trovate visive in cui Gilliam supera se stesso. A tratti altamente grottesco (si risente il sapore dei Monty Python), in qualche punto un po' debole e soprattutto con un finale che non è né aperto né chiuso e che lascia un po' insoddisfatti.
Il punto di maggior forza è la bambina protagonista: di una bravura fenomenale! Davvero si fa fatica a comprendere come un regista possa tirar fuori una impresa attoriale simile da una ragazzina, Jodelle Ferland, che al momento delle riprese aveva appena 11 anni. Negli occhi della protagonista tutto diventa avventuroso, grazie alla sua fantasia e forza d'animo tutto ha un risvolto positivo. C'è droga e c'è una leggera forma di pedofilia, c'è molta follia (specie quella del regista!) ma le cose non precipitano mai nel dramma vero (o forse sì) perché tutto è sospeso in un incanto favolistico.
Ci sono molte citazioni, alcune dichiarate, da ALICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE, ce ne sono altre da PSYCHO, ma anche da IL MAGO DI OZ, STEVE ZISSOU, IL GRANDE LEBOWSKI e davvero molto altro, ma non per gioco: sembra proprio l'inconscio del regista a essere intriso di mille immagini e dimensioni.
Non un capolavoro, ma un film che vale la pena di vedere.
Votazioni
in decimi: 7
in stelline: ***
in km per raggiungere il cinema: 40/50
(lo so che i km possono sembrare molti, d'altra parte è una categoria di voto sperimentale, e poi soggettiva - io sono abituato a fare sempre una media di 15 km per ogni film che vedo al cinema - però volevo cogliere il suggerimento di votare il film in distanza, in fatica spendibile per riuscire a vedere un film)
analisi, recensioni, visioni, illuminazioni, cinema, film, video, corti, ecologia, politica...
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13 febbraio 2010
"Tideland" di Terry Gilliam
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31 gennaio 2010
Almodovar, dalla provocazione alla catechesi
Tenere un corso monografico su un regista, implica attribuire massima importanza a una singola figura per stabilire il senso dei film.
Ma un film è un lavoro di ensemble. E' vero, spesso il regista è colui che prende la decisione finale su alcune scelte, ma non sempre lo fa con convinzione. Prendete Truffaut in Effetto notte o David Lynch che dice di non sapere esattamente cosa stia facendo sul set, o lo stesso ultimo lavoro di Almodovar Gli abbracci spezzati che suggerisce che i film si fanno alla cieca.
Il regista è un'etichetta. Il senso del film - chi segue questo blog avrà già intuito cosa sta per leggere - è attribuito dallo spettatore. Usare l'etichetta "regista" è solo uno dei tanti modi per creare il senso dei film.
Se si sceglie di usare questa etichetta è scontato che si debba leggere la successione dei suoi lavori come una qualche parabola, cioè che serva trovare un filo conduttore che leghi i differenti lavori dello stesso regista e, come corollario, si appoggi l'idea che i film vadano letti secondo il contesto storico in cui sono stati realizzati.
Quindi si dovrebbe essere degli storici prima di essere spettatori. E se gli spettatori non dovessero avere interessi storici, non dovrebbero nemmeno interessarsi ai film?
Non è questo però quello che avviene nella realtà. Per fortuna gli spettatori guardano film pur non curandosi degli aspetti storici, e nell'atto stesso di guardare un film ne attribuiscono un senso, senza che nessuno possa stabilire che il senso così stabilito sia errato, proprio perché questa è la definizione di senso del film.
Nel leggere i film di Pedro Almodovar come una parabola è allora possibile individuare i primi film come irriverenti, sovversivi del costume e della morale. Pensate soprattutto al primo Pepi, Lucy, Bom e le altre ragazze del mucchio.
Nei film successivi mano a mano la forza dirompente dei suoi personaggi e delle situazioni si affievolisce, fino a trattare i temi cari, sesso e omosessualità in modo toccante e dialogante. "Gli omosessuali non sono più soggetti colorati da gay parade, ma persone con le quali si può parlare e che si possono conoscere e capire."
I film che dovevano scandalizzare si sarebbero fatti dialoganti, i film che scioccavano e sollevavano un problema ora insegnerebbero come risolverlo. Questo è stato definito uno "sviluppo naturale per un autore". Cioè, nei geni di un regista che faccia arte con i propri film è scritto che la sua carriera inizi come provocatore e finisca come catechista.
Lunga pausa di silenzio.
Se sapessero in anticipo di diventare degli "autori" in questi termini, probabilmente i registi cambierebbero mestiere.
Coma si fa poi a stabilire cosa sia naturale? Non esiste qualcosa nella vita artistica o intellettuale di una persona che sia "naturale".
E questa parabola che conduce al dialogo, questa conciliazione è può essere invece interpretabile come un "ammosciamento".
Pedro Almodovar non rompe più schemi mentali, forse solo perché non ha trovato altro da rompere, i suoi film non sono più irriverenti forse semplicemente perché non ne ha più la forza. E le autocitazioni dell'ultimo suo film non fanno pensare al dialogo, ma alla nostalgia di se stesso, alla nostalgia di un tempo in cui sapeva con cosa e con chi prendersela, mentre ora non avverte più nessuna urgenza sovversiva.
Ma un film è un lavoro di ensemble. E' vero, spesso il regista è colui che prende la decisione finale su alcune scelte, ma non sempre lo fa con convinzione. Prendete Truffaut in Effetto notte o David Lynch che dice di non sapere esattamente cosa stia facendo sul set, o lo stesso ultimo lavoro di Almodovar Gli abbracci spezzati che suggerisce che i film si fanno alla cieca.
Il regista è un'etichetta. Il senso del film - chi segue questo blog avrà già intuito cosa sta per leggere - è attribuito dallo spettatore. Usare l'etichetta "regista" è solo uno dei tanti modi per creare il senso dei film.
Se si sceglie di usare questa etichetta è scontato che si debba leggere la successione dei suoi lavori come una qualche parabola, cioè che serva trovare un filo conduttore che leghi i differenti lavori dello stesso regista e, come corollario, si appoggi l'idea che i film vadano letti secondo il contesto storico in cui sono stati realizzati.
Quindi si dovrebbe essere degli storici prima di essere spettatori. E se gli spettatori non dovessero avere interessi storici, non dovrebbero nemmeno interessarsi ai film?
Non è questo però quello che avviene nella realtà. Per fortuna gli spettatori guardano film pur non curandosi degli aspetti storici, e nell'atto stesso di guardare un film ne attribuiscono un senso, senza che nessuno possa stabilire che il senso così stabilito sia errato, proprio perché questa è la definizione di senso del film.
Nel leggere i film di Pedro Almodovar come una parabola è allora possibile individuare i primi film come irriverenti, sovversivi del costume e della morale. Pensate soprattutto al primo Pepi, Lucy, Bom e le altre ragazze del mucchio.
Nei film successivi mano a mano la forza dirompente dei suoi personaggi e delle situazioni si affievolisce, fino a trattare i temi cari, sesso e omosessualità in modo toccante e dialogante. "Gli omosessuali non sono più soggetti colorati da gay parade, ma persone con le quali si può parlare e che si possono conoscere e capire."
I film che dovevano scandalizzare si sarebbero fatti dialoganti, i film che scioccavano e sollevavano un problema ora insegnerebbero come risolverlo. Questo è stato definito uno "sviluppo naturale per un autore". Cioè, nei geni di un regista che faccia arte con i propri film è scritto che la sua carriera inizi come provocatore e finisca come catechista.
Lunga pausa di silenzio.
Se sapessero in anticipo di diventare degli "autori" in questi termini, probabilmente i registi cambierebbero mestiere.
Coma si fa poi a stabilire cosa sia naturale? Non esiste qualcosa nella vita artistica o intellettuale di una persona che sia "naturale".
E questa parabola che conduce al dialogo, questa conciliazione è può essere invece interpretabile come un "ammosciamento".
Pedro Almodovar non rompe più schemi mentali, forse solo perché non ha trovato altro da rompere, i suoi film non sono più irriverenti forse semplicemente perché non ne ha più la forza. E le autocitazioni dell'ultimo suo film non fanno pensare al dialogo, ma alla nostalgia di se stesso, alla nostalgia di un tempo in cui sapeva con cosa e con chi prendersela, mentre ora non avverte più nessuna urgenza sovversiva.
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