24 ottobre 2011

Guida al cinema di un pervertito

Ho appena finito di guardare The pervert's guide to cinema. Una lettura di 100 anni di cinema secondo l'ottica della psicoanalisi, segnatamente freudiana.

Una sorta di lezione magistrale di due ore e mezzo di uno studioso, che ha più dell'energico boscaiolo che del professore.


Grande pregio del film sta nel potere comunicativo e nella presenza "scenica" di questo insolito critico cinematografico. La "lezione" è tenuta in un inglese imperfetto e dal forte accento slavo e con una esse blesa molto pronunciata. Se a ciò si aggiunge un faccione coronato da una grande barba e due occhietti ravvicinati e leggermente strabici che guardano in macchia o leggermente a sinistra rispetto al punto di vista dello spettatore (legge un copione o semplicemente cerca concentrazione?) si può evincere la straordinaria simpatia di un personaggio che mette passione nel suo racconto e veste i panni, per brevi inquadrature, dei protagonisti dei film che analizza. Zizek parla infatti da luoghi in cui è stata ricostruita piuttosto fedelmente lo scenario cinematografico.

Il critico, che nella realtà è l'importante filosofo e psicanalista
Slavoj Zizek, si esprime chiaramente in una lingua che non è la sua lingua madre e questo sembra costituire un ostacolo alla sua dissertazione che richiede ancora una maggiore forza espositiva e un maggior impeto. Si crea un discorrere cadenzato, quasi come se a ogni parola egli dovesse, contro la sua volontà, sostare per una frazione di secondo e cercare la parola giusta. Questo rende più potente e più appassionata la sua comunicazione.

Il film costituisce un ottimo esercizio e un ottimo ripasso per gli appassionati di storia del cinema, ma offre a tutti spunti di riflessione sulla natura del nostro interesse verso questa arte e sulla natura stessa del cinema come illustrazione del nostro desiderio.


Alcuni esempi. Secondo Zizek, lo spettatore va al cinema per vedere la vita come da una fessura, in una parete dietro alla quale si è nascosto. ll riferimento corre alla notoria teoria dell'arte cinematografica come
atitvità voyeuristica per eccellenza. Ma questo è quello che succede abitualmente: forse guardiamo sempre la vita dalla fessura, da quel piccolo buco, che è la nostra pupilla. Lo schermo cinematografico, inoltre, funziona come un gabinetto guasto o otturato, che, invece di inghiottire gli escrementi, i rifiuti del nostro organismo e mandarli in un mondo sotterraneo, li riporta alla nostra vista e fa emergere, per così dire, il "rimosso".

A nulla serve sapere che il cinema è finzione, anzi è proprio sapere che stiamo esercitando la nostra fantasia ci permette un coinvolgimento emotivo, ci permette di essere chi siamo veramente. Se vogliamo cercare la
realtà, dobbiamo cercarla nella finzione cinematografica.

Trovo divertente, ancora prima che sorprendente, che io sia giunto a conclusioni simili nella mia tesi di dottorato, muovendo però da presupposti completamente diversi e facendomi guidare dalle teorie cognitiviste e dalla critica
reader-oriented.

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