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20 novembre 2011

Robert Altman regista corale

La prima parola che mi viene in mente se penso a Robert Altman è coralità. Molti dei suoi film più famosi, da Nashville a M.A.S.H. a America oggi ai più recenti Gosford Park o The Company non hanno un unico protagonista definito, ma raccontano vicende intrecciate a tal punto che risulta difficile riassumere in modo efficace quello che i film raccontano.
Oggi ricorrono i 5 anni dalla scomparsa dell'eclettico regista statunitense e per lavoro ho visto alcune interviste che ha rilasciato alla TV per cui lavoro.
Altman faceva fatica a rispondere alle domande in modo esaustivo, sembrava spesso scocciato: il suo lavoro, si intuisce fra le righe, è quello di fare film, radiodrammi, programmi televisivi, inscenare pièces teatrali (tutte attività che considera della stessa dignità e nei quali nega vi sia differenza di approccio), e non di parlarne. Quello spetta agli altri, agli spettatori.

C'è comunque una frase che più di tutte mi ha colpito e che testimonia ancora una volta di quanto fosse importante per lui il concetto di coralità. Cercando di descrivere il suo lavoro, Altman dice che i suoi film non li ha fatti da solo: il suo nome figura come il brand del film, ma ci sono moltissimi altri artisti che partecipano della sua riuscita, come il direttore della fotografia, il sound designer, il direttore artistico e soprattutto gli attori. Questo non vuol dire - aggiunge Altman - sminuire il suo lavoro. Il regista ha una parte molto importante in tutto ciò. Altman è comsapevole che senza regista un film non si potrebbe fare, perché tutti gli artisti coinvolti lavorano per lui. Il regista è come un monarca benevolo che accende la luce sul loro lavoro e quelli lo eseguono perché credono che vi sia un controllo.
Ne emerge la figura di regista come di un demiurgo che con la sua protezione permette a tutti gli artisti in gioco di lsciarsi andare e comporre l'opera sotto e grazie al suo sguardo vigile.

20 maggio 2010

Jafar Panahi rischia la vita

Gira su internet questo appello in favore del regista iraniano Jafar Panahi che qui ripubblico e diffondo.

Jafar Panahi, Leone d'Oro con Il Cerchio, è in carcere dal primo marzo. Jafar Panahi è "accusato" di aver iniziato le riprese di un film senza aver ottenuto le necessarie autorizzazioni.

Panahi, membro assente della giuria del Festival di Cannes, ha iniziato domenica, nel carcere di Evin dove è detenuto, uno sciopero della fame totale a tempo illimitato. Dal carcere Jafar ha fatto pervenire una lettera.

"Sabato sera gli agenti hanno fatto irruzione nella cella numero 56 dove sono detenuto assieme ad altri, facendoci uscire e costringendoci a passare la notte nel cortile. Il giorno dopo mi hanno condotto all'interrogatorio, accusandomi di aver filmato la vita nella cella. Una notizia del tutto priva di ogni fondamento. Hanno minacciato di arrestare la mia intera famiglia e di rinchiudere mia figlia in un carcere poco sicuro a Rajai Shar. Da allora non ho toccato ne cibo e ne acqua e continuerò a non toccare cibo o acqua perché non voglio essere sottoposto come un topo da laboratorio a torture fisiche e psichiche per ammettere colpe che non ho. Continuerò il mio sciopero della fame fino a quando non:
1 - incontrerò i miei familiari e non avrò certezza sulla loro incolumità
2 - riuscirò a parlare dopo 77 giorni di detenzione, con il mio legale
3 - sarò liberato senza condizioni fino al processo e la sentenza finale.

Giuro sul cinema in cui credo che fino a quando queste mie richieste non saranno accolte, non toccherò ne cibo e ne acqua, chiedo solo che dopo la mia morte il mio corpo sia consegnato alla mia famiglia per essere sepolto dove loro riterranno più opportuno".

Chi, come me, conosce da vicino Jafar Panahi, non ha dubbi che questo grande regista e uomo generoso, manterrà le sue promesse e continuerà lo sciopero della fame, fino a quando non saranno accolte le sue richieste. Nessuno di noi, amici di Jafar, ha dubbi che lui continuerà fino alla morte, se queste richieste non saranno accolte. La vita di questo grande regista che ha regalato al mondo capolavori cinematografici è seriamente in pericolo. Jafar non è l'unico che rischia di uscire dal carcere di Evin in una bara. Sono oltre 50 i detenuti politici condannati a morte che attendono nel carcere di Evin, e nelle altre carceri della Repubblica Islamica, l'esecuzione della pena.Qualche giorno fa cinque detenuti politici sono stati impiccato nel carcere Evin di Teheran, tra l'indifferenza generale dei media e dei governi occidentali. Il governo di Mahmoud Ahmadinejad, con l'esecuzione dei 5 detenuti politici, ha voluto lanciare un messaggio chiaro all'Occidente, e un altro agli iraniani. All'Occidente ha voluto dire che non intende cedere alle pressioni politiche e di voler proseguire sulla sua strada ignorando le condanne della comunità internazionale. Il messaggio per gli iraniani, alla vigilia del primo anniversario delle elezioni truffa e l'inizio dell'Onda Verde, era una minaccia: chiunque protesti, anche pacificamente, potrebbe finire sulla forca. Per fermare il boia in Iran, per salvare Jafar Panahi dalla morte lenta, per porre fine all'agonia di centinaia di detenuti politici, serve una mobilitazione internazionale. TUTTI IN PIAZZA PER SALVARE LA VITA DI JAFAR PANAHI. Il mondo della cultura, il mondo dello spettacolo, i giornali e i giornalisti si facciano carico di una mobilitazione a favore di Jafar Panahi, convocando SUBITO a Roma una manifestazione. TUTTI IN PIAZZA PER ESPRIMERE LA NOSTRA SOLIDARIETA' A JAFAR PANAHI e gli altri detenuti politici iraniani.

Direttivo dell’Information,Saftey & Freedom

19 aprile 2010

Un regista distratto

Come regista sono abbastanza distratto, sul set alla fine di ogni scena ho bisogno che qualcuno ritrovi la mia copia della sceneggiatura che è andata smarrita, appoggiata da qualche parte appena si è iniziato a fare sul serio.

Decisamente no, non potrei mai lavorare con una sceneggiatura di ferro.
Anche perché quando scrivo una sceneggiatura non ho la pazienza né la voglia di pensare a tutti i dettagli. Ci sono troppe cose sul set che non si possono prevedere. Possibile che sia dovuto alla mia non grandissima esperienza, ma è sempre stata parte della mia filosofia la convinzione che fosse impossibile tradurre in atti ciò che si è progettato.

Chris Marker, regista de La Jetée, trovava profondamente noioso e superfluo il lavoro successivo la realizzazione dello stroyboard. Pasolini interpreta l'artista nel suo Decameron e chiude il film con una battuta simile in cui si chiede perché realizzare un'opera quando potrebbe essere sufficiente sognarla. I registi della Nouvelle Vague nella ricerca della vitalità preferivano inquadrature sporche alla precisione della messinscena. Per Antonioni la sceneggiatura era poco più che un canovaccio da alterare ogni qualvolta lo ritenesse necessario e si lasciava condizionare dalle impressioni del momento, ricavate passeggiando e esplorando il set. Gli artisti dada affidano completamente al caso la genesi dell'opera d'arte.

La vita è incontrollabile e la vita, lo sappiamo grazie a Wilde, è imitazione dell'arte.

E poi perché preoccuparsi troppo delle nostre opere quando è lo spettatore, il fruitore a deciderne il destino, ad attribuirne senso e significato?

31 gennaio 2010

Almodovar, dalla provocazione alla catechesi

Tenere un corso monografico su un regista, implica attribuire massima importanza a una singola figura per stabilire il senso dei film.

Ma un film è un lavoro di
ensemble. E' vero, spesso il regista è colui che prende la decisione finale su alcune scelte, ma non sempre lo fa con convinzione. Prendete Truffaut in Effetto notte o David Lynch che dice di non sapere esattamente cosa stia facendo sul set, o lo stesso ultimo lavoro di Almodovar Gli abbracci spezzati che suggerisce che i film si fanno alla cieca.

Il regista è un'
etichetta. Il senso del film - chi segue questo blog avrà già intuito cosa sta per leggere - è attribuito dallo spettatore. Usare l'etichetta "regista" è solo uno dei tanti modi per creare il senso dei film.

Se si sceglie di usare questa etichetta è scontato che si debba leggere la successione dei suoi lavori come una qualche parabola, cioè che serva trovare un
filo conduttore che leghi i differenti lavori dello stesso regista e, come corollario, si appoggi l'idea che i film vadano letti secondo il contesto storico in cui sono stati realizzati.

Quindi si dovrebbe essere degli storici prima di essere spettatori. E se gli spettatori non dovessero avere interessi storici, non dovrebbero nemmeno interessarsi ai film?

Non è questo però quello che avviene nella realtà. Per fortuna gli spettatori guardano film pur non curandosi degli aspetti storici, e
nell'atto stesso di guardare un film ne attribuiscono un senso, senza che nessuno possa stabilire che il senso così stabilito sia errato, proprio perché questa è la definizione di senso del film.

Nel leggere i film di
Pedro Almodovar come una parabola è allora possibile individuare i primi film come irriverenti, sovversivi del costume e della morale. Pensate soprattutto al primo Pepi, Lucy, Bom e le altre ragazze del mucchio.



Nei film successivi mano a mano la forza dirompente dei suoi personaggi e delle situazioni si affievolisce, fino a trattare i temi cari, sesso e
omosessualità in modo toccante e dialogante. "Gli omosessuali non sono più soggetti colorati da gay parade, ma persone con le quali si può parlare e che si possono conoscere e capire."

I film che dovevano scandalizzare si sarebbero fatti dialoganti, i film che scioccavano e sollevavano un problema ora insegnerebbero come risolverlo. Questo è stato definito uno "sviluppo naturale per un autore". Cioè, nei geni di un regista che faccia arte con i propri film è scritto che la sua carriera inizi come
provocatore e finisca come catechista.

Lunga pausa di silenzio.

Se sapessero in anticipo di diventare degli "
autori" in questi termini, probabilmente i registi cambierebbero mestiere.

Coma si fa poi a stabilire cosa sia naturale? Non esiste qualcosa nella vita artistica o intellettuale di una persona che sia "naturale".

E questa parabola che conduce al dialogo, questa conciliazione è può essere invece interpretabile come un "
ammosciamento".

Pedro Almodovar non rompe più schemi mentali, forse solo perché non ha trovato altro da rompere, i suoi film non sono più irriverenti forse semplicemente perché non ne ha più la forza. E le
autocitazioni dell'ultimo suo film non fanno pensare al dialogo, ma alla nostalgia di se stesso, alla nostalgia di un tempo in cui sapeva con cosa e con chi prendersela, mentre ora non avverte più nessuna urgenza sovversiva.