Per molti, in parte anche per me, è difficile capire come Sacro GRA di Gianfranco Rosi sia stato capace di vincere un festival importante come quello di Venezia nel 2013. Questo spaccato sul piccolo mondo alla deriva, fuori del cerchio "maggico" di Roma, non ha una grande estetica. E forse è una scelta per racccordarsi (appunto) a ciò che succede all'esterno del Grande Raccordo Anulare che circonda la capitale - cantato in queste esatte parole dall'Antonello Venditti di Corrado Guzzanti.
Il trattamento sonoro, invece, è degno di considerazione. Un altro premio vinto dal film riguarda proprio il miglior sonoro in presa diretta ai Golden Ciak Awards del 2014.
La qualità principale del film mi sembra quella della rappresentazione del suono molesto: il film è una summa, un campionario eccezionale di suoni sgradevoli. A partire dagli insostenibili decibel della sirena dell'ambulanza, protagonista di una delle storie raccontate, all'assordante rombo degli aerei che volano bassi. E poi la musica: quella quasi inascoltabile dei locali, la brutta canzone del travestito e quella delle feste sudamericane, per le quali un dj si preparare nei locali di casa sua.
Le urla amplificate delle larve di una colonia di parassiti delle palme e i becchini che smantellano vecchie bare appena svuotate delle membra umano che contenevano, a feroci colpi di martello. Infine, da non sottovalutare per il loro danno a timpani sensibili, ci sono le sgrammaticature e la storpiatura dell'italiano ad opera di diversi protagonisti.
Per fortuna, non lontano dalle auto che sfrecciano a tutta velocità sul raccordo, ci sono anche campi dove la neve si può posare e riempire tutto di un silenzio ovattato.
analisi, recensioni, visioni, illuminazioni, cinema, film, video, corti, ecologia, politica...
Visualizzazione post con etichetta VISIONI E RECENSIONI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta VISIONI E RECENSIONI. Mostra tutti i post
19 gennaio 2015
07 gennaio 2015
Italy in a day - Un sabato italiano
Un fan dello User Generated Content come me, non poteva perdersi di nuovo la trasmissione di Italy in a day su Raitre dopo essersi perso l'uscita in sala la trasmissione in prima serata qualche tempo fa. E così ho vinto il sonno del Capodanno e approfittato di trovarmi in vacanza in un casa provvista di TV, al contrario della mia, per godermi lo spettacolo in seconda serata.
Sulla scia del progetto lanciato da Ridley Scott Life in a Day, che aveva chiesto a tutti di riprendere la loro giornata il 24 luglio del 2010 e caricare il girato su YouTube, Italy in a day racconta allo stesso modo un sabato qualunque della vita degli italiani. Il sabato qualunque è in questo caso il 26 ottobre 2013.
La regia è affidata a Gabriele Salvatores, mentre Ridley Scott figura come produttore. Il ruolo di Salvatores immagino sia stato quello di supervisionare un lungo processo di selezione e montaggio delegato in gran parte a collaboratori, visto che la regia vera e propria delle 2200 ore di girato è stata delle decine di migliaia di italiani qualunque che hanno registrato con videocamere o cellulari momenti della loro giornata.
E il montaggio finale mantiene saggiamente i distinti formati dei video di partenza, così che si passa dal 16:9 al video verticale, che lascia ampie fasce nere ai lati dell'immagine, senza soluzione di continuità. Mantenendo l'ordine cronologico degli eventi, dalle 00.00 alla mezzanotte successiva, le sequenze sono accostate per analogia visiva e di senso logico.
Gli attori/autori ci mettono a parte dei loro pensieri e delle loro abitudini e descrivono la loro giornata. C'è l'astronauta nella navicella spaziale che si versa in testa l'acqua e la tiene in equilibrio come fosse gelatina, c'è il ragazzo che si sente come un astronauta perché vive su una nave cargo, c'è il testimone di giustizia che vive incarcerato nella sua propria casa per sentirsi libero dalla mafia, c'è il chirurgo che gira il mondo per salvare vite a bimbi che non potrebbero permettersi un intervento, e c'è soprattutto tante persone normali, la cui vita ci viene mostrata magari per pochi secondi.
Non ci sono scene di grande cinema in Italy in a day, e ce lo si può aspettare, ma alcune riflessioni (in particolare sulle loro paure e sulla loro Italia) sono così semplici e vicine nella loro universalità che hanno spesso commosso una mammoletta come me. Come commenta un ragazzo che vaga nella notte, se ora state piangendo è perché gli esseri umani sono meravigliosi.
Etichette:
rai3,
tv,
ugc,
visioni,
VISIONI E RECENSIONI
01 luglio 2013
Argo e le balle di Hollywood
E' luglio, epoca di cinema all'aperto ma il film migliore offerto dai cinema della zona è Argo e lo dà un piccolo multisala di qualità che non è ancora entrato in pausa estiva. Come faccio sempre non mi sono informato sul film prima di vederlo, ma so che Argo ha vinto Oscar importanti e ne ho sentito parlare bene e questo mi basta. In più, il film è in lingua originale con i sottotitoli e sebbene non sia un fanatico del sottotitolo in opposizione al doppiaggio, mi permette un ripasso di inglese. La sala non è vuota come me l'aspettavo vista la data.
Fa un po' senso, a chi lo conosce come attore non molto impegnato, andare a vedere un film diretto da Ben Affleck (che ne ha cofirmato con Matt Damon anche la sceneggiatura da Oscar) che è stato pure apprezzato dalla critica!
Il film si apre con un miniripasso della storia iraniana, la cosa mi sorprende piacevolmente, anche se mi chiedo dove il film voglia andare a parare. E invece, contrariamente alle mie aspettative, si tratta proprio di un film in costume ambientato per la maggior parte a Teheran.
Le prime immagini delle proteste di piazza contro l'ingerenza degli Stati Uniti nella politica iraniana montate a ritmo incalzante hanno il look del filmato di repertorio e subito catturano. Tutto il film mantiene una fortissima componente di intrattenimento e il fulcro della vicenda è costituito da una deadline incalzante. Affleck, oltre che regista, è protagonista del film, una sorta di Mr Wolfe, un agente CIA esperto di problemi internazionali, che ha il compito di riportare a casa sei diplomatici americani in pericolo di vita. La suspense è così ben costruita che la mia vicina di poltrona non può fare a meno di incitare ad alta voce i fuggitivi sullo schermo e a più riprese.
Ecco allora che la storia tradisce un po' il mio iniziale entusiasmo, l'Iran rimane un po' sullo sfondo di un film totalmente americano: una storia di successo, con celebrazione di eroi e addirittura trionfo dell'amore nell'ulima inquadratura con Ben Affleck che abbraccia la moglie che non si era mai vista per tutto il film e sullo sfondo una bandiera americana. Sfacciati!
Non sorprende che il film sia piaciuto a Hollywood soprattutto per il fatto che di cinema si parla: la copertura della missione di Affleck è infatti la ricerca di location adatte al film che starebbe producendo. Il subplot hollywoodiano dà la possibilità a John Goodman e Alan Arkin di sfogare una serie di gustose battute metacinematografiche che ritraggono il sobborgo di Los Angeles come fabbrica delle balle e vanno dal non originale confusione tra Karl e Groucho Marx a cose che suonano più o meno: "Sei venuto a Hollywood a fare con l'aria da pezzo grosso, ma in realtà non combinerai nulla? Sei nel posto giusto."
Fa un po' senso, a chi lo conosce come attore non molto impegnato, andare a vedere un film diretto da Ben Affleck (che ne ha cofirmato con Matt Damon anche la sceneggiatura da Oscar) che è stato pure apprezzato dalla critica!
Il film si apre con un miniripasso della storia iraniana, la cosa mi sorprende piacevolmente, anche se mi chiedo dove il film voglia andare a parare. E invece, contrariamente alle mie aspettative, si tratta proprio di un film in costume ambientato per la maggior parte a Teheran.
Le prime immagini delle proteste di piazza contro l'ingerenza degli Stati Uniti nella politica iraniana montate a ritmo incalzante hanno il look del filmato di repertorio e subito catturano. Tutto il film mantiene una fortissima componente di intrattenimento e il fulcro della vicenda è costituito da una deadline incalzante. Affleck, oltre che regista, è protagonista del film, una sorta di Mr Wolfe, un agente CIA esperto di problemi internazionali, che ha il compito di riportare a casa sei diplomatici americani in pericolo di vita. La suspense è così ben costruita che la mia vicina di poltrona non può fare a meno di incitare ad alta voce i fuggitivi sullo schermo e a più riprese.
Ecco allora che la storia tradisce un po' il mio iniziale entusiasmo, l'Iran rimane un po' sullo sfondo di un film totalmente americano: una storia di successo, con celebrazione di eroi e addirittura trionfo dell'amore nell'ulima inquadratura con Ben Affleck che abbraccia la moglie che non si era mai vista per tutto il film e sullo sfondo una bandiera americana. Sfacciati!
Non sorprende che il film sia piaciuto a Hollywood soprattutto per il fatto che di cinema si parla: la copertura della missione di Affleck è infatti la ricerca di location adatte al film che starebbe producendo. Il subplot hollywoodiano dà la possibilità a John Goodman e Alan Arkin di sfogare una serie di gustose battute metacinematografiche che ritraggono il sobborgo di Los Angeles come fabbrica delle balle e vanno dal non originale confusione tra Karl e Groucho Marx a cose che suonano più o meno: "Sei venuto a Hollywood a fare con l'aria da pezzo grosso, ma in realtà non combinerai nulla? Sei nel posto giusto."
Etichette:
argo,
ben affleck,
cinema,
film,
hollywood,
iran,
john goodman,
VISIONI E RECENSIONI
15 ottobre 2012
Mean Creek: Goonies virati al dramma
Una gita in barca per dare una lezione, uno scherzo che, prevedibilmente, si trasforma in tragedia. I giovani attori - capitanati da un piccolo talento della stirpe dei Culkin, Rory - recitano molto bene e sono all'altezza dei dubbi e delle tensioni che la situazione genera. Ma la sceneggiatura non presenta tratti di originalità.
All'inizio di Mean Creek, ci sono immagini la cui atmosfera fa balenare nella mente la sospensione di Un tranquillo week-end di paura, ma più singolare l'affinità con i film spielberghiani E.T. e soprattutto I Goonies. C'è il fratello spaccone che però si rivela meno stupido di quello che pare. C'è la ragazza che bacia il protagonista. C'è l'amico del fratello maggiore. C'è il cicciottello simpatico, ma qui più che essere veramente simpatico, cerca di farlo con pessimi risultati e le sue battute sono oltremodo indigeste. Ma il ciccione del quale il gruppo di amici si vuole vendicare assomiglia a Sloth, il gigante deforme che sembra cattivo, ma che si scopre di un'umanità imprevista.
L'evoluzione dei personaggi è sicuramente più interessante che in questi nei modelli avventurosi e comici, ma neanche questa brilla per originalità.
21 maggio 2012
Appunti per una lezione su 'L'amore che resta'
L'AMORE CHE RESTA è un film drammatico
ma punteggiato da momenti da commedia romantica, che racconta l'innamoramento
tra due giovani sul quale però grava la certezza che questo amore
dovrà finire presto.
Il
soggetto è tratto dalla pièce teatrale Of Winter and Water Birds
di Jason Lew, che l’ha trasformata in sceneggiatura
cinematografica su suggerimento, tra gli altri, della produttrice Bryce
Dallas Howard, attrice e figlia di Ron Howard, anche lui
produttore del film.
Si tratta dell'esordio nella sceneggiatura per Jason Lew, attore americano di origine
nipponica. E il Giappone si fa sentire all'interno del
film in uno dei personaggi principali e nella sua storia.
Regista e cast
La regia è stata affidata dai produttori a Gus
Van Sant, che ha dedicato la maggior
parte della sua arte al mondo giovanile, solitamente dipingendone i
lati più controversi e pericolosi. E' il regista di Belli e
dannati, che già nel titolo racchiude una sorta di poetica del
regista, e ha realizzato Last Days su Cobain e altri
film sull'adolescenza difficile come Elephant e Paranoid
Park. Ultimo suo successo è Milk, film biografico sul primo
consigliere omosessuale della California ucciso negli anni '70.
Il protagonista è interpretato da Henry
Hopper, figlio del famoso Dennis Hopper (cui il film è dedicato),
solamente al suo secondo film, e dalla più conosciuta Mia Wasikowska già interprete dell'Alice nel paese delle meraviglie di Tim Burton.
L'interpretazione di Hopper è sorniona e divertita. Hopper ha dichiartato:
“Volevo un progetto che mi appassionasse... Quando ho letto la
sceneggiatura sono stato colpito dai personaggi e dalla loro storia,
giovani diversi dai soliti. Parla dei
percorsi tortuosi che la giovinezza porta a fare, parla di
imparare
a crescere vicino a un’altra persona. È questo che lo rende
interessante.”
L'interpretazione della Wasikwska e delicata e piena di vitalità allo stesso tempo.
Il tema principale del film è quello vecchissimo del legame tra amore e morte, il classico Eros e Thanatos, trattato però con delicatezza
e un'assenza di retorica, ottenuta anche attraverso l'eccentricità
dei personaggi. Altre tematiche toccate dal film sono quelle di amicizia,
famiglia, speranza.
Il
titolo inglese RESTLESS non fa nessun riferimento all'amore ma significa
letteralmente “senza sosta”, si riferisce di solito a persone
irrequiete. Forse è da riferirsi al personaggio di Enoch che non
trova pace e nella “quiete” eterna appunto spera di trovarla.
Struttura
La struttura del film è lineare
sia dal punto di vista temporale che spaziale. La vicenda copre pochi
mesi della vita di personaggi candidi
e molto eccentrici.
Il personaggio principale è un ragazzo che frequenta tutti i funerali che può,
senza provare niente e che è visitato da un fantasma della seconda
guerra mondiale. Enoch
è talmente eccentrico da essere osteggiato all'inizio dalla premurosa e coscienziosa sorella
di Annabel, ma dimostrando la sincerità del
suo affetto riconquista la possibilità di starle vicino e parlare di
lei al suo funerale – anche se poi non lo sentiremo parlare, ma con
una scelta molto più cinematografica lo vediamo ricordare alcuni
momenti dolci del loro innamoramento.
Se la
sorella sembra avere di più da perdere e per questo accetta molti
meno rischi, Annabel e Enoch sono persone che credono di aver perso
tutto (Enoch è sgridato a questo riguardo dal fantasma) o che lo
stanno per perdere (Annabel). Entrambi
sono slegati da ciò che li circonda, uno ha le battaglie navali con un
fantasma, lei ha i libri di natura. Lui ciò che più c'è di
mortifero, lei ciò che c'è di vitale, gli uccelli.
Enoch
è in conflitto con tutti, con gli adulti per cause diverse (è un sostanziale rifiuto del mondo adulto, il suo), ma anche
a turno con gli altri due protagonisti. Non accetta subito la condizione della sua amica. Prima prova a
scherzarci sopra, poi si arrabbia con lei (“mi vuoi lasciare”) e
con il dottore (“chiami uno bravo davvero”).
Il finale ristabilisce
l'equilibrio emotivo di Enoch che impara ad accettare la morte, come qualcosa che non è in
contrapposizione alla vita. Annabel trova la sua serenità nelle cure
di Enoch. E anche il fantasma del kamikaze giapponese Hiroshi sembra aver assolto al suo
compito di consolare Enoch, di salvarlo dalla sua stessa fine, quella
del suicidio, in sostanza, anche se un suicidio coatto, e anche lui
impara a prendere commiato dal ricordo dell'innamorata alla quale non
ha saputo dire addio.
Da questo punto di vista, Hiroshi e Annabel sono funzionali alla guarigione di Enoch e scompaiono quando lui è guarito. Possono dunque essere visti entrambi come finzioni terapeutiche operate dal protagonista che lo aiutano a superare la crisi.
Da questo punto di vista, Hiroshi e Annabel sono funzionali alla guarigione di Enoch e scompaiono quando lui è guarito. Possono dunque essere visti entrambi come finzioni terapeutiche operate dal protagonista che lo aiutano a superare la crisi.
Stile
Il film è semplice
da ogni punto di vista: narrazione è lineare, numero e psicologia
dei personaggi, non ci sono inquadrature estetizzanti o
particolarmente ricercate. Pulito ma non asettico, tutt'altro.
La fotografia colorata
accompagna la stravaganza dei personaggi, ma anche la malinconia
dell’autunno.
Anche
il tono del film è leggero, o per le meno mancano le scene madri, i
grandi atti melodrammatici che sarebbe lecito aspettarsi da un film
che tratti queste tematiche. Tutto scorre, tutto appare molto
naturale. E' quello che leggero non è, verso il finale diventa
sereno. Diventa serena anche la morte e la celebrazione dell'ultimo funerale. Per tuttà la durata del film, la
drammaticità delle tematiche sono condite dall'umorismo dei
personaggi.
Il commento musicale è un mix di Sufjan Stevens, Pink Martini and Nico e la musica
originale di Danny Elfman che creano un atmosfera dolce e nostalgica
e senza tempo, un po' come i vestiti anacronistici di Annabel.
La poetica di Gus van Sant
Restless è ancora
un racconto della profonda sofferenza di giovani consapevoli e
sensibili. Eversivi come tutti i personaggi dei film di Van Sant.
Eversivi attraverso la loro dolce sessualità. Con un bisogno di
affetto smisurato, come tutti i personaggi di Van Sant.
Il
film è meno sperimentale di altri che trattano l'angoscia
adolescenziale. La storia è narrata in modo classico, contrariamente
a film come Elephant dove le digressioni liriche sono
maggiori e il ritmo molto rarefatto. E Paranoid Park, in cui c'è
una ricerca estetizzante per quanto riguarda alcune sequenze. E' un film delicato questo, dove invece gli altri erano potenti dal punto di vista
narrativo e visivo. Il regista rinuncia a rigori formali o formalistici che già
negli ultimi film erano più deboli. Van Sant è di solito anche
sceneggiatore e montatore dei propri film. Qui è solo
produttore, forse anche per questo, alcune cose differiscono.
La
morte è una costante dei suoi film, in Gerry e Milk è
una minaccia incombente, in Last Days è corteggiata, in Elephant
è portata all'apoteosi, diventa un gioco destrutturante. Sono tutti
film dove si sa che deve succedere. Lo spettatore è già preparato.
In
Gerry il posto della morte è simboleggiato dal deserto, in
Last Days dalla casa immersa nel bosco, in Elephant dai
corridoi senza scampo della scuola. Qui i luoghi sono più espliciti:
ospedale, cimitero, obitorio.
Altro
elemento di contiguità con gli altri film del regista è l’assenza
della famiglia dei protagonisti, per cui essi trovano rifugio in
mentori adulti esterni o negli amici. Gli adolescente di Van Sant
spesso cercano di fuggire dal mondo degli adulti rifugiandosi nel
crimine, nelle droghe, nei deserti, nel sesso come abbiamo detto o
nella fantasia. Contrapposizione tra la razionalità adulta e ricerca
del bello e del sentimento degli adolescenti.
Eros
e Thanatos
Mi
sembra evidente come nel protagonista maschile si esercitino le
pulsioni di amore e di morte, quel dualismo cosmico di forze
teorizzato da Empedocle, filosofo greco, e ripreso da Freud nella sua
Psicanalisi come pulsioni verso la vita e verso la distruzione (che si esplicitano negli scontri con la zia e
nella violenza contro l'ex compagno di classe mandato all'ospedale). Questa distruzione degenera
in Enoch in autodistruzione – quindi egli si definirebbe dal punto
di vista psicanalitico un soggetto malato – e nella sua coazione a
ripetere (i funerali), nonostante il piacere che la conoscenza di
Annabel gli procura.
E'
un meccanismo con il quale si cerca di arginare la nevrosi
traumatica, cercando di rivivere il trauma per poterlo meglio
controllare, con l'illusione di imparare a conviverci.
Quello
della coazione a ripetere è un concetto che Freud ha usato per
esempio per descrivere lo stato psichico dei reduci della prima
guerra mondiale. E forse non è un caso che il migliore amico di
Enoch sia un fantasma che il trauma di una guerra mondiale l'ha
vissuto, anche se qui si tratta della seconda invece che della prima.
In
realtà, oltre a questa ripetizione, Enoch cerca nel funerale anche
il commiato dai propri genitori, cerca di elaborare il lutto che ha
vissuto in modo ritardato, a causa del coma in cui è caduto. Di
fatto amore e morte sono due forze inscindibili ed è forse anche per
questo che i due personaggi sono così complementari tra loro.
Restless è una
storia d'amore che proprio nella morte trova la sua ragione d'essere,
la sua filosofia. E' un rimedio per poter finalmente elaborare il
lutto, per Enoch, e imparare ad accomiatarsi da qualcuno che ama e
riempie si significato gli ultimi mesi di vita di Annabel. I
due ragazzi sono come gli scarafaggi del disegno di Annabel che
traggono nutrimento dalla morte.
Nel
corso del film si esercitano a morire, prendono lezioni di morte
andando ai funerali, passeggiando così spesso nel cimitero e la
mettono addirittura in scena, con tanta convinzione che non vogliono
che l'altro rubi la scena di personaggio più sofferente.
La
morte è una recita
Durante tutto il film per Enoch che fa finta di
soffrire ai funerali per i quali si maschera a lutto (cosa che in
realtà lo rivela come un falso triste al funerale in cui conosce
Annabel, forse perché anche lei sa tutto delle recite della morte).
E' per Enoch sono recite anche quelle con l'amico inesistente morto decenni prima. E sono recite anche le sue oscillazioni sopra al
fiumiciattolo, quando Hiroshi tenta di dissuaderlo dal compiere
l'insano gesto. Anche
il disegno con il gessetto intorno ai propri corpi è una recita
della morte, ma è anche un’affermazione del proprio spazio, di sé,
della propria identità che nell’età dell’adolescenza è spesso
sfuggente.
Tra le critiche ricevute dal film, quella più frequente è che per essere un ragazzo attratto
dalla morte Enoch ha un look curatissimo e preciso, lei non soffre ed è
sempre bellissima, quando si sa che il tumore di solito distrugge
il fisico del malato. Forse la recita della morte ha preso un po' troppo la mano anche al regista del film.
Altri film di allegra disperazione
I
vestiti dei ragazzi mi ricordano molto la nouvelle vague
francese, hanno un gusto spiccatamente anni '60 e mi fanno pensare
alle storie d'amore folli di Truffaut e Godard, la melanconia e l'ansia che li pervade. Penso soprattutto a Jules e Jim
in cui un lungo amore a tre, due uomini sono innamorati della stessa
donna che non sa quale dei due scegliere, fino al matrimonio con uno dei due e la finale decisione di
suicidarsi con l'altro. Quindi
ancora amore e morte e un pizzico di follia. Un critico ha fatto
notare la somiglianza del taglio di capelli con Jean Seberg di Fino
all’ultimo respiro. Altra storia di amour fou.
A
molti, il film ha ricordato anche Harold e Maude (Hal Ashby, 1971),
storia di un'amicizia tra un bambino e una signora anziana, in cui il
bambino ha tendenze suicide e si diverte a inscenare in modi sempre
più stravaganti e macabri la propria morte. Anche loro si incontrano
a un funerale e anche loro formano una sorta di coppia dove lui è
attratto dalla morte e lei, più vicina alla morte è attratta dalla
vita.
17 maggio 2012
Appunti per un saggio su 'La Talpa'
LA TALPA (titolo originale TINKER, TAYLOR, SOLDIER, SPY) è un film di spionaggio, che si dirama come un intricato giallo, tratto dal libro
di John Le Carré, famoso scrittore di libri di spionaggio, nonché
ex spia egli stesso.
La trama: durante
la guerra fredda un ex agente segreto viene richiamato in servizio
per scovare chi sia la talpa tra gli organi più alti
dell'intelligence Britannica.
L'azione si svolge nelle città di Londra,
Budapest, Istanbul, Parigi con vari flashback e piani temporali che
si sovrappongono, anche se la storia principale è ambientata nel
1973.
Il film ha ricevuto numerosi
riconoscimenti in Inghilterra e 3 nomination Oscar: sceneggiatura,
protagonista, colonna sonora.
La regia è stata affidata a Tomas
Alfredson, svedese, al primo film che non sia in lingua svedese, dopo
il successo di Lasciami entrare: un horror vampiresco
che nascondeva però una storia intima.
Il cast include molti
dei migliori attori britannici: Gary Oldman nel ruolo dell'agente che
conduce le indagini, Colin Firth, Mark Strong, John hurt, Toby Jones
e Stephen Graham, nella maggior parte dei casi impegnati in una recitazione trattenuta
ed elegante, specialmente per quanto riguarda il
protagonista.
Il film costituisce un
grande affresco
d'epoca. Ritrae in maniera vivida e densa la Londra degli anni '70.
E' a tutti gli effetti un film in costume. Nostalgico/romantico.
Dettagli, giochi di fuoco e regia calibrata. Gli uffici grigi e
fumosi.
Ci
sono tutti gli ingredienti del nostro immaginario del film di
spionaggio: la talpa, il pezzo di legno nei battenti della porta, il
capo che chiede all'agente se è stato seguito o la battuta dopo la
presunta uccisione di Prideaux “lo volevamo vivo”.
Il titolo originale del film deriva da
una conta inglese: “tinker, taylor, soldier, sailor, rich man, poor
man, beggar man, thief.” Togliendo i petali a una margherita, o
quandosi mangiano frutti col nocciolo, le bambine contano i
petali/noccioli dicendo queste parole. L'ultimo petalo/nocciolo
corrisponde a quello che sposeranno.
Il
titolo italiano
denotativo, riprende il titolo italiano del libro e rimanda a un
luogo comune dello spionaggio, quello del traditore, quello che passa
sottobanco le informazioni al nemico. Un titolo che intriga comunque.
Se il tema fondamentale del film è quello della lealtà, la domanda che sembra porre è: quanto
si è disposti a sacrificare per rimanere fedeli al proprio compito e
alle persone con le quali si è condiviso? Ovvero, ribaltando la prospettiva, qual è la ragione ultima
che determina le scelte di una persona?
STILE
La pellicola si caratterizza per una rara
eleganza formale, una regia pulita e una cura del dettaglio che si nota in ogni aspetto
della realizzazione, dalla scenografia ai costumi, alla recitazione.
Tutto appare molto freddo. E
distaccato. Le azioni spesso non sono mostrate, ma raccontate oppure
lo spettatore arriva sulla scena come un detective che arriva quando
il misfatto si è già compiuto (come nella scena in cui Ricky Tarr compare sulla scena del regolamento di conti a Istanbul).
Le inquadrature sono calibrate,
lente, posate, con dolly eleganti e sinuosi. Sottolineano le
geometrie degli ambienti e degli oggetti. Le riprese avvengono
da lontano, anche se sono spesso molto dettagliate, ma da lontano per
dare l'idea che gli attori siano come spiati. In questo senso si
possono leggere anche le numerose inquadrature che realizzate filmando attraverso un vetro.
La fotografia predilige i toni
del beige e del grigio, colori pastello molto tenui
e neutri. In più le scene sono spesso dense di fumo, per dare
come spessore e materia plastica alle immagini.
I
set sono stati quasi tutti ricostruiti in un complesso militare a
Londra, molto vecchio, e anche questo ha contribuito all'atmosfera
del film. Elegante
e senza cesura tra un momento storico e l'altro, tra i diversi tempi
della narrazione è il montaggio.
Il sonoro, molto
presente, enfatizza anche i rumori più piccoli, che dovrebbero
essere appena percettibili, come il giradischi, il pezzo di materia
grigia che cade dal muro, dopo che la ragazza dell'est è stata
barbaramente uccisa.
Nella colonna sonora si ricorda la canzone della scena finale La
mer che credo detenga un record di utilizzi in opere
cinematografiche, specialmente nel finale: compresa versione in
inglese è stata utilizzata nei seguenti film e in molti altri: Alla ricerca di Nemo, Quei bravi ragazzi, Luna di fiele,
Pazzi a Beverly Hills, Black Rain, Il padre della sposa, French Kiss,
Apollo 13, Austin Powers, Lo scafandro e la farfalla, Mr Bean's
Holiday, L'uomo dell'anno, The Dreamers e La talpa. Qui è cantata da
Julio Iglesias. Mentre il
resto della colonna sonora, che sottolinea l'indeterminatezza delle
situazioni mostrate, è del figlio Alberto
Iglesias.
Tutta
questa cura nelle inquadrature, nello stile recitativo, e in tutti i
dettagli, sono stati studiati a tavolino, precedentemente alle riprese. Alfredson dice di
essere un regista cui non piace inventare sul set, ma avere tutto ben
pianificato.
REGISTA E CAST
Film centrali del film, oltre a quello della lealtà, sono quelli dell'amore della passione, della solitudine. Il
regista afferma di aver voluto fare un tema sulla lealtà e sugli
ideali, argomenti che gli sembrano di grande attualità perché sono
rari.
Il
film più famoso da noi è LASCIAMI ENTRARE un horror vampiresco in
cui però il genere, come ora, è un alibi per raccontare le pulsioni
umane più profonde, le passioni. E anche qui, più che l'intrigo in
sé, l'attenzione si sofferma sul rapporto tra i personaggi
(vedi la foto che la talpa conserva), le loro ansie e paure e
anche i sentimenti (vedi scena aereo, insegnante con il
bambino, l'accendino, il tradimento della moglie, il sicario
biondo - Ricky Tarr - che si inventa la storia della talpa per salvare la
donna di cui si è innamorato).
E'
proprio il successo di LASCIAMI ENTRARE che ha permesso al regista di
poter girare questo primo film internazionale. E lui lo ha scelto tra
le molte proposte che gli sono arrivate dopo quel film. E del libro
ha preso proprio questa crasi tra la vita interiore che è come
soppressa e quella esteriore che si mostra fredda.
Superba l'interpretazione di Gary Oldman, scelto dopo sei mesi di ricerche di una
persona che trasmettesse freddezza ed eleganza, su suggerimento di uno
dei produttori. Oldman si è fatto un po' invecchiare e ha messo
su qualche chilo per adattarsi meglio al
personaggio del libro. Con uno sguardo, più che con le parole, lui è
anche gli altri sono capaci di trasmettere le emozioni che li
attraversano.
Compito
ancora più arduo perché il libro era già stato adattato in una
serie TV inglese che aveva riscosso molto successo e avevo fatto
prendere si pensava definitivamente i tratti di Alec Guinness
al protagonista Smiley. Oldman ha dovuto rivaleggiare a
distanza con un mostro sacro del cinema britannico.
Lo
stesso scrittore è rimasto piacevolmente colpito dalla sapienza del
regista di condensare un lungo e complesso romanzo in due ore di
pellicola e dall'interpretazione di Oldman che come Guinness fa
trasudare la solitudine del personaggio, però in lui – dice sempre
Le Carré – c'è anche una tensione, una grande forza che sembra
possa esplodere da un momento all'altro. E questo penso si possa dire
di tutto lo stile del film.
CRITICA
Una
delle poche critiche ricevute dal film riguarda la sceneggiatura
che qualcuno ha trovato poco chiara nel definire eventi e rapporti.
Che in sostanza condensa troppe cose in due ore di film. Certo le informazioni che lo spettatore
deve digerire sono molte, ma se non fosse stato così, il film
sarebbe parso meno realistico e che identificare tutti i dettagli
dell'intrigo non sia nemmeno fondamentale. La vicenda nel suo
complesso è chiara e non ci sono dubbi sul ruolo dei protagonisti.
Resta qualche dubbio sulle motivazioni della talpa, ma non su quelle
degli altri personaggi.
La
scelta di tradire dipende da ragioni estetiche afferma il personaggio di Colin Firth. Si sta
parlando di donne, visto che la talpa sembra molto affascinato da
questo aspetto? O di uomini? O di che cos'altro?
La talpa è uccisa dal suo migliore amico, che –
si dice nel film – già fosse a conoscenza del suo tradimento. Vendetta per quello
che è stato costretto a sopportare? E rassegnazione storica della
talpa, nel riconoscere il diritto dell'amico a questa vendetta? O più
probabilmente ha a che fare ancora con il tradimento amoroso. Perché
una delle cose che il film suggerisce è l'omosessualità della talpa
e l'ambivalenza non solo politica ma anche sessuale del personaggio.
Forse
la risposta sta in un'altra omissione di sceneggiatura, rilevata da
un altro critico: è lo scarso peso dato ai quattro sospetti e il
conflitto tra Stalinismo e imperialismo capitalista che confondeva
alcuni agenti segreti, che non ravvisavano che ci fosse poi tutta
questa differenza.
Non
sappiamo abbastanza del personaggio per capire davvero cosa voglia
dire. Siamo anche noi tenuti distanti dallo stile narrativo del film.
Cambio di fuoco nella stessa
inquadratura e riprese attraverso un vetro. Tutto
è opaco, per questo, specie nel terzo quarto di film molte
riprese avvengono attraverso un vetro, sono filtrate. A simboleggiare
forse la giusta distanza che bisogna tenere dalle cose, che vanno
rifocalizzate, guardate in modo nuovo e il filtro che sempre c'è
quando gli eventi sono raccontati da una persona, che li racconta –
a scopo di depistare o meno – secondo un punto di vista falsato,
anche semplicemente perché è il suo e anche se in buona fede, non è
oggettivo.
E
lo spettatore al quale non viene detto tutto rimane sempre dietro un
vetro, rimane a spiare un po' da lontano.
Film
nostalgico sia dal punto di vista della messa in scena, sia
dal punto di vista del tipo di racconto, e anche dal punto di vista
dei sentimenti provati dai protagonisti. E' un film malinconico, se
pensate alla flemma di molti dei personaggi, al passo lento del film,
agli sguardi dei personaggi e all'atteggiamento di Gary Oldman
durante tutta la pellicola. Si pensi anche alla scena in cui Oldman fa
visita all'ex collega, anche lei pensionata anzitempo.
Quando
si parla di film di spionaggio la prima cosa che viene in mente è
James Bond. Qui siamo agli antipodi da ogni punto di vista:
tecnologia, azione, età e prestanza fisica, ruolo della donna,
patina, ritmo, montaggio, fotografia, numero dei personaggi,
motivazioni (non avidità, ma estetica). Le scene in auto non sono
inseguimenti mozzafiato, ma placide corse tormentate dalle api con lo
sfondo che sembra proiettato dietro l'immagine dell'auto.
L'azione
è quasi totalmente sostituita dalla parola. Il glamour dalla
compostezza. La spettacolarità dal realismo. La talpa è
quasi un film fuori moda, come fuori moda sono i vestiti di Smiley e
la sua montatura vistosa. Dove non ci sono spiegazioni superflue e le
informazioni sono tante ma spetta allo spettatore fare lo sforzo di
ordinarle, come di capire quando si è svolta la scena che viene
mostrata: prima o dopo di quella che nel film viene prima.
E'
il trionfo della passione sulla politica e la strategia. Il
personaggio di Ricky Tarr, come detto che fa partire la miccia per
amore di una donna e che rinfaccia a Smiley e gi altri di essere
uomini soli. Smiley che riconosce questo fatto: di aver perso una
moglie, perdita simboleggiata con la perdita dell'accendino. Questo è
il suo punto debole che Karla intende sfruttare, la moglie di Smiley
e per questo convince Colin Firth a diventare l'amante della moglie
di Smiley.
Il personaggio che alla fine si rivela la chiave o
una delle chiavi della vicenda non è mai mostrata chiaramente dal
film. Come nemmeno Karla, il nemico del Circus, il capo del
KGB, l'altro fantasma di Smiley non è mai mostrato
chiaramente.
La
talpa è in questo senso metafora non solo della falla, del
punto debole di una intelligence governativa che dovrebbe essere
inattaccabile e inaffondabile, ma anche del punto debole che
ognuno dei personaggi possiede, che ogni essere umano ha. Gli agenti
segreti del film sono malinconici prigionieri delle loro missioni e
del loro lavoro, che sono diventati una vita parallela che finisce
per soffocare quella interiore.
Lo
stesso titolo che deriva dalla scena in cui Controllo dà dei nomi in
codice ai suoi colleghi fa pensare ai personaggi come alle pedine di
un gioco più grande di loro, il gioco sporco della politica.
Ad
ogni livello del film, dall'interpretazione degli attori, alla regia
e alle atmosfere e al passo lento, si avverte una compostezza formale
sotto la quale però serpeggia mal celata una tensione, una
furia pronta ad esplodere e che però non esplode mai. L'unico scatto
di tutto il film, è quando il braccio destro di Smiley prende a
pugni Ricky Tarr. Per il resto, anche gli omicidi, avvengono con
freddo calcolo che però sottende un nervosismo che è sempre
presente, una passionalità che scalpita dietro un recinto molto
alto.
02 aprile 2012
17 ragazze-madri-ribelli
Resteranno delusi coloro che andranno a vedere 17 ragazze per il lato pruriginoso che può avere un film su un gruppo di sedicenni che rimangono incinte, tutte insieme. Non è American Pie, non è il racconto di un'orgia alcolica.
Piuttosto è la versione in chiave realistica di Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola. I corpi delle ragazze sui quali si apre il film sono fatti di dettagli, pieghe e grinze, epidermidi arrossate, non sono carni fresche che invitano alla lussuria.
C'è sì qualche scena di approccio amoroso e anche un bacio promiscuo. Ma il sesso è solo un dettaglio, uno strumento necessario alla liberazione, al fine di occupare il proprio spazio (più grande, visti i pancioni) all'interno del mondo. Un mondo in declino, come lo vedeno i giornalisti televisivi che parlano del caso, assunto alle cronache.
E a proposito di cronache, resta difficile giudicare un film per quello che è (luci e suoni) quando la fonte di ispirazione per una storia così affascinante è la realtà. Il film infatti racconta una vicenda realmente accaduta nel Massachusetts e trasposta dalle sorella Delphine e Muriel Coulin sulle coste atlantiche della Francia.
E a proposito di cronache, resta difficile giudicare un film per quello che è (luci e suoni) quando la fonte di ispirazione per una storia così affascinante è la realtà. Il film infatti racconta una vicenda realmente accaduta nel Massachusetts e trasposta dalle sorella Delphine e Muriel Coulin sulle coste atlantiche della Francia.
Gli aspetti migliori del film, sono le atmosfere, i colori dolci e le inquadrature fisse, sui silenzi delle protagoniste, assorte e avvolte nella loro noia, anche dopo la rivoluzione dei corpi.
Sì, perché la maternità è vista come una rivoluzione: individuale, ma anche sociale (pensano di istituire una comune di giovani madri), innescata dal bisogno di stare insieme, dal non sentirsi escluse, dal bisogno di amare e di essere amate.
17 ragazze ha il fascino magnetico di Picnic a Hanging Rock senza raggiungere la potenza della pellicola di Peter Weir e insistere su misteri, ma lasciando tutto la spazio alla vera protagonista: l'adolescenza, senza volerla spiegare, senza volerla imbrigliare, lasciandola arrivare e andare via come fa sempre, o quasi sempre, senza un motivo.07 marzo 2012
Le storie che invento non le so raccontare
Un giallo con false ricostruzione, sovversione dell'ordine temporale degli eventi, azioni mostrate al contario, allucinazioni e confusione mentale, punto di vista di un personaggio principale non affidabile.
Un cortometraggio ben costruito e degno del miglior Christopher Nolan. Un cortometraggio che chiama in gioco le inferenze dello spettatore e lo costringe a giocare al gioco della narrazione per immagini. Poche parole. Una musichetta dolce solo in apparenza e che diventa ossessiva.
Le storie che invento non le so raccontare di Francesco Lettieri (anche protagonista) è un (capo)lavoro che meriterebbe un'attenta analisi. Magari un giorno gli dechideremo anche quel tempo.
04 marzo 2012
This Is (still) England
Il film di Shane Meadows porta il titolo di una canzone dei Clash del 1985 che era un
grido di dolore nei confronti della società inglese sotto la
Thatcher e conteneva riferimenti al mondo delle fabbriche. La vicenda
del film è di un paio d'anni precedente. E' ambientata nelle Midlands
inglesi al tempo in cui il Regno Unito era impegnato nella
guerra delle Falklands/Malvinas, in una stagione che ha visto in
Occidente forse la più grande spinta liberista
e sotto un Premier che negava l'esistenza stessa di una società.
Di tutto questo mondo il film sceglie di raccontare una storia piccola e semplice, quella di un
ragazzino solitario che viene accolto da una banda di giovani skinhead e
segue la loro parabola di crescente violenza.
This Is England è un film drammatico,
duro, realizzato con pochi soldi, ma totalmente onesto. Il suo tema principale è quello dell'identità
culturale di una nazione. Ma molti altri e importanti sono quelli toccati: amicizia,
odio, razzismo, identità culturale, famiglia, rapporto con i
genitori, adolescenza, politica, morte, tradimento.
E' ambientato in un non meglio specificata cittadina delle Midlands, nell'Inghlterra centrale, a poca distanza dal mare, ma è stato girato a Nottingham. Lo stile scarno del film rispecchia la sua ambientazione negli strati più bassi della società e il suo approccio realista nei confronti della storia. Nella fotografia risalta il grigiore dei sobborghi inglesi.
E' ambientato in un non meglio specificata cittadina delle Midlands, nell'Inghlterra centrale, a poca distanza dal mare, ma è stato girato a Nottingham. Lo stile scarno del film rispecchia la sua ambientazione negli strati più bassi della società e il suo approccio realista nei confronti della storia. Nella fotografia risalta il grigiore dei sobborghi inglesi.
Il film è stato realizzato
nel 2006, ma distribuito in Italia solo l'estate scorsa (anche se era stato presentato nel 2006 al Roma Film Fest, dove aveva vinto il Premio della giuria). Si
basa sulle esperienze dirette del regista, autore anche della
sceneggiatura. Shane
Meadows (1972, Uttoxeter, Inghilterra Centrale) ha
girato diversi altri film sulla condizione giovanile inglese, su
gruppi di sbandati e sulla violenza, come 24/7 e A Room for
Romeo Brass. La sua poetica è sempre stata quella della
working class, un po' come sempre in
Inghilterra fa il suo più illustre collega Ken Loach e come lui è autore di un cinema politicamente impegnato.
IL CAST
Il protagonista
Thomas Turgoose non aveva formazione
attoriale ed è alla prima prova di attore. Il
ragazzino ha fatto colpo sul regista perché per
partecipare al secondo provino
ha chiesto dei soldi. Ed è stato scelto per il background di disagio
che anche lui aveva. Ha tre fratelli e viveva con uno di loro con la
madre malata di cancro e morta quando il film non era ancora
uscito nelle sale. Il film è a lei dedicato.
Al fianco del ragazzo ci sono attori con qualche esperienza professionale, ma al primo lungometraggio, altri (Andrew Shim che interpreta Milky e Vicky McClure, Lol nel film), che hanno esordito in un altro film di Meadows e veri professionisti. Tra questi ultimi Stephen Graham che il cinema l'ha recitato ad altro livello, per esempio in Gangs of New York di Martin Scorsese e in I pirati dei Caraibi.
Dietro
il film c'è quindi una piccola fiaba
e cioè quella di questo ragazzo che da violento e sbandato pare essere stato
salvato dal cinema e ora, dopo la morte della madre, è tornato a
vivere con il padre e gli altri fratelli. Adesso intende continuare a fare
l'attore e ha preso parte a un altro film diretto da Meadows e a una serie TV.
Al fianco del ragazzo ci sono attori con qualche esperienza professionale, ma al primo lungometraggio, altri (Andrew Shim che interpreta Milky e Vicky McClure, Lol nel film), che hanno esordito in un altro film di Meadows e veri professionisti. Tra questi ultimi Stephen Graham che il cinema l'ha recitato ad altro livello, per esempio in Gangs of New York di Martin Scorsese e in I pirati dei Caraibi.
Tutti, nessuno escluso, forniscono prove eccellenti e con i loro volti, forti ed espressivi,
rendono la vicenda molto credibile.
GLI SKINHEADS
This Is England deriva in gran parte dalle
esperienze personali del regista,
che da ragazzo ha avuto un periodo da piccolo teppista ed è stato
“adottato” da una banda di skinhead dalla quale si è allontanato
dopo essere stato disgustato da un pestaggio compiuto da uno di loro in modo gratuito, per il divertimento della banda.
Meadows
ricorda l'appeal che queste bande esercitavano sui più giovani, non
c'era niente di politico o ideologico, era più che altro il fatto di
sentirsi sicuri e rispettati dagli altri, bisogno di essere
accettati.Gli Skinhead non erano inizialmente razzisti, ma anzi erano una comunità multiculturale e ascoltavano musica
reggae, soul e ska: tutt'altro che musica violenta.
La musica scelta per la colonna sonora del film è quella che ascoltavano gli skinhead a quel tempo e completata dalle note di Ludovico Einaudi nei momenti di respiro della narrazione e per sfumare scene troppo lunghe e aprire momenti di riflessione su di esse, con la musica che copre piano piano le parole, che sono meno importanti delle espressioni dei protagonisti.
L'estrazione sociale degli skinhead era la working class, la classe operaia. Il movimento è nato sul finire degli anni '60 e si è sviluppata nei quartieri degradati e aveva una connotazione sociale e non politica. Gli skinhead si atteggiavano da duri nel taglio dei capelli e nei vestiti (jeans bretelle e uno scimmiottamento del gangster classico), ma testa rasata e stivali (Dottor Martens) non erano una divisa da combattimento: derivavano dai loro lavori umili e dagli ambienti malsani nei quali si svolgevano. Tra gli skinhead vi erano anche immigrati.
Poi con il crescere del sentimento nazionalista e la contrapposizione delle classi, parte degli Skinhead rimasero affascinati delle politiche del National Front.
Era
facile in condizioni di tale degrado, senza punti di riferimento
forte, addossare le responsabilità agli immigrati che a quel tempo
erano, soprattutto nei piccoli centri, una piccola minoranza. I più
deboli sono diventati il nemico.
Successivamente c'è stata la semplificazione mediatica che ha associato gli
skinhead esclusivamente all'estrema destra storpiandone il nome in
naziskin. Componente che
sicuramente c'è stata, insieme però ad altre declinazioni come gli
Skinheads antirazzisti, comunisti, apolitici, anarchici e così via.
LE CITAZIONI
Due sono le citazioni che ho ravvisato: molto belle e significative. In alcune immagini il film ricorda limpidamente Arancia
Meccanica con i ragazzi che
camminano al ralenti vicino a bacino d'acqua. Il parallelismo va
anche alla violenza che entrambi i gruppi si apprestano a perpetrare.
Anche se era molto più profonda e disturbante quella del film di
Kubrick, quella era “ultraviolenza”, appunto.
L'inquadratura finale ricorda invece I 400 colpi di Truffaut, in cui il protagonista è sempre un ragazzo "in fuga" che nel suo vagare finisce in riva a al mare. Il film del maestro della nouvelle vague terminava con un fermo immagine del primo piano del ragazzo che si girava e guardava, come qui, nell'obbiettivo della mdp. Della nouvelle vague This Is England riprende la vitalità del filmare, in opposizione a uno stile ricercato. Film asciutto, duro e sporco, come sporchi sono i sobborghi in cui è ambientato, non è un film sugli skinhead, ma è un film sui giovani, e sui loro sbandamenti identitari.
L'inquadratura finale ricorda invece I 400 colpi di Truffaut, in cui il protagonista è sempre un ragazzo "in fuga" che nel suo vagare finisce in riva a al mare. Il film del maestro della nouvelle vague terminava con un fermo immagine del primo piano del ragazzo che si girava e guardava, come qui, nell'obbiettivo della mdp. Della nouvelle vague This Is England riprende la vitalità del filmare, in opposizione a uno stile ricercato. Film asciutto, duro e sporco, come sporchi sono i sobborghi in cui è ambientato, non è un film sugli skinhead, ma è un film sui giovani, e sui loro sbandamenti identitari.
IDENTITA' SMARRITA
La domanda fondamentale del film è che cosa sia l'Inghilterra oggi. Nonostante la vicenda si svolga nel giro di poche settimane, durante le vacanze estive del 1983, il film si intitola This IS England e non WAS, perché la storia di un Paese è parte integrante della sua identità, e perché cambiati i vestiti, le acconciature, cambiati i governi e le guerre (Iraq o Afghanistan o tra qualche anno chissà se Iran o cos'altro al posto delle Falklands del film) c'è sempre quella crisi di identità culturale, quel vuoto di valori, quel disagio nelle fasce più deboli della popolazione. Perché quel rischio populistico di stemperare le tensioni in una guerra tra poveri c'è ancora e che si basa sul bisogno di un nemico per costruire la propria identità.
Il
ragazzo di origine giamaicana viene ridotto in fin di vita (questo è lecito supporre dalle parole pronunciate dalla madre di Shaun al termine del film) non per il colore della
sua pelle, ma perché ha un'identità che gli deriva da un tessuto sociale che il suo aggressore non possiede. Ha
una cultura di riferimento, ha una
famiglia e un padre amoroso che che il suo aggressore non possiede. E' assalito
dall'invidia che si trasforma in un lungo momento di odio. Uno scatto
brutale di cui Combo si pente, anche se ormai è troppo tardi.
Il
razzismo è quindi dipinto dal film come un prodotto dell'invidia
di un'identità culturale. This
is England ridesta qualche preoccupazione su quello che la nostra
società sta rischiando per inseguire un benessere materiale e
sacrificando valori e pratiche di vita che invece tengono insieme una
società.
Il tema è universale. Il film racconta una storia che sarebbe potuta essere ambientata ovunque. Nel farlo traccia un parallelismo
tra quello che il falso
patriottismo produce sul suolo
nazionale e quello che produce su grande scale a
livello internazionale:
aggressioni xenofobe da una parte e dall'altra una guerra assurda quella delle Falklands che ha causato un migliaio
di morti, per due terzi tra le fila argentine, il cui unico scopo era
far riconquistare (come in effetti è stato) un po' do consenso
all'allora primo ministro Thatcher. I costi della cui politica
liberista sono caduti sulle classi proletarie.
L'EROE E L'ANTIEROE
L'EROE E L'ANTIEROE
Si
può dire che il film ripercorra in qualche modo la strutture così
detta del viaggio dell'eroe. In cui il
protagonista parte da casa per vivere un'avventura (di solito in un
mondo fantastico, dove incontra minacce e difficoltà) e poi ritorna
a casa con delle consapevolezze maggiori. In questo caso Shaun parte
dalla propria solitudine di ragazzo senza amici e senza un padre e
con una madre che non riesce a occuparsi di lui, per entrare in questa
banda. Al termine del viaggio, lo vediamo solo negli stessi luoghi dell'inizio del film, probabilmente
consapevole che è meglio essere soli che perdere il diritto
alla solitudine.
Questo va detto ricordando che tutti i segni distintivi cui gli adepti sono costretti
ad assumere (vestiti, tatuaggi, capigliatura...) sono modi per
estendere il controllo del capo anche quando il capo non c'è, sono
segni di appartenenza al gruppo anche quando si è da soli perché si
è comunque riconoscibili anche dagli esterni come parte di quel
gruppo.
Vale
la pena spendere due parole anche su Combo.
Il film non lo condanna, come non
condanna nessuno dei suoi personaggi. Combo è un uomo in fondo
fragilissimo, che probabilmente ha alle spalle una situazione
familiare difficile almeno quanto quella di Shaun e dal punto di vista
sentimentale è sprovveduto, non riesce a
dare il giusto peso ai propri sentimenti e male interpreta quelli
degli altri.
Il film è anche il racconto del bisogno che si ha di avere una guida. E molti trovano in Combo una guida, il protagonista vi vede anche un padre, il sostituto del padre deceduto e che gli manca molto. E Combo a sua volta vede nei leader locali del partito la sua guida. Ma ha anche bisogno di sentirsi una guida per qualcuno, di essere un buon esempio, di essere utile.
Il film è anche il racconto del bisogno che si ha di avere una guida. E molti trovano in Combo una guida, il protagonista vi vede anche un padre, il sostituto del padre deceduto e che gli manca molto. E Combo a sua volta vede nei leader locali del partito la sua guida. Ma ha anche bisogno di sentirsi una guida per qualcuno, di essere un buon esempio, di essere utile.
IL 'TOPOS' DELLA BANDIERA
La protagoinista dell'ultima sequenza è la bandiera inglese. Ci troviamo di fronte a una sorta di topos, un luogo comune un po' retorico. Con
cui si rappresenta tutto il disgusto del ragazzo per un Paese
ingiusto che gli ha ucciso il padre e sotto il cui simbolo è morto
anche un amico. E' una figura
abbastanza ricorrente quella di usare la bandiere nazionale per
descrivere la frustrazione nei confronti di una comunità, in particolare la scena fa pensare al finale di Nella
valle di Elah in cui Tommy Lee Jones appende al contrario una
bandiera americana, dopo che all'inizio del film aveva spiegato che
significava una richiesta d'aiuto per un grosso pericolo. Anche lì,
sullo sfondo, c'era la morte di un familiare, in questo caso un
figlio, e il racconto mostrava l'indagine del padre, per sapere
come effettivamente fosse morto. Quindi una vicenda da
questo punto di vista speculare a quella di This Is England.
Gettando la bandiera in mare, il piccolo Shaun si libera del patriottismo malato per il quale è morto suo padre e ha rischiato di perdere un amico.
Gettando la bandiera in mare, il piccolo Shaun si libera del patriottismo malato per il quale è morto suo padre e ha rischiato di perdere un amico.
18 febbraio 2012
Pina in a men's world
Mal sopporto il teatro che mi sembra fatto più per gli attori che per gli spettatori e ho sempre detestato la danza. Ma Pina di Wim Wenders mi ha fatto cambiare idea.
L'ho trovato un film entusiasmante che mi ha fatto scoprire le potenzialità dell'espressività corporea, probabilmente anche grazie alla tecnica di ripresa 3D. E forse mi ha anche convinto ad andare a vedere qualche spettacolo di teatrodanza in più, a patto che duri al massimo poco più di un'ora.
Perché in effetti il mio entusiasmo per il film di Wenders, dedicato alla famosissima ballerina e coreografa scomparsa Pina Bausch, è iniziato vorticosamente a scendere dopo due terzi del film. Sarà stata la stanchezza della sera, sarà stato l'affievolirsi dell'effetto 3D (al quale ci si abitua e non si presta più molta attenzione), ma avrei fatto volentieri a meno degli ultimi 20 o 30 minuti di pellicola.
Al di là di questo, ciò che più mi ha colpito nelle coreografia che Wenders e Bausch hanno studiato insieme e che il regista ha filmato è stata una raffigurazione della donna - così mi è parso soprattutto nelle coreografie iniziali - come di un essere intrappolato nel proprio desiderio e eterodiretta e costretta a muoversi. E così la donna (ma a volte anche l'uomo) cammina quasi come una sonnambula disperata in un ambiente in cui l'uomo sposta gli ostacoli, oppure ne corregge postura e traiettoria. La accudisce come un uccello che pure tiene prigioniero in gabbia.
Oppure la ballerina è costretta a strisciare per terra o è trattenuta da robuste corde che le legano la vita. Oppure ancora è oggetto indolente di manipolazioni da parte di uomini scienziati-stupratori-utilizzatori finali delle sue membra.
Non c'è solo questo, certo, nelle coreografie, ma tutta la gamma dei sentimenti e delle pulsioni umane. Eppure è questa visione della donna come oggetto e creatura del maschio che mi ricorda la letteratura ottocentesta, una visione da 'woman in the attic' come la "pazza" Bertha di Jane Eyre, romanzo di Charlotte Brontë, che è l'aspetto attraverso il quale sono riuscito a entrare in maggiore contatto con il film.
La costruzione imperiale della donna pazza in Jane Eyre.
Etichette:
3d,
danza,
jane eyre,
pina,
pina bausch,
teatro,
VISIONI E RECENSIONI,
wim wenders
22 gennaio 2012
Drive: un B-movie di classe
Nel titolo del film, Drive, è espressa molta della sostanza del film. Nella sua asciuttezza, il titolo descrive l'essenzialità drammaturgica del film e definisce tutto quello che sappiamo del personaggio principale. Drive, guidare, è semplicemente quello che fa. E’ un titolo molto didascalico, puramente denotativo. E’ ciò che maggiormente identifica il protagonista: che si tratti di gare sportive (il suo sogno), che si tratti di guidare in condizioni estreme nelle scene di film (l’occupazione principale) o che si tratti di fare da autista per ladri e rapinatori, per lui tutta la sua vita si può sintetizzare con una sola piccola parola. La sua passione totale, non fa differenza morale lo scopo per cui tiene in mano il volante o spinge sull’acceleratore. Lui guida. Punto.
Anche quando deve fare un invito alla ragazza della quale si è innamorato, le chiede se ha voglia di un "ride". Che in lingua originale potrebbe suonare come un doppio senso inopportuno per un primo appuntamento, ma non per lui. per lui è solo un giro in auto.
L'interpretazione di Ryan Gosling, nel ruolo principale, è molto misurata, il duro silenzioso. Clint Eastwood, è il primo riferimento che viene in mente: l'uomo senza nome per eccellenza, come senza nome è il protagonista del film, chiamato semplicemente "il ragazzo" da chi si vuole riferire a lui.
Già dalla primissima scena del film è dichiarata la natura oscura del personaggio, ma anche la sua natura meticolosa, che ha in fondo delle regole, una morale, anche se una morale tutta sua. Cosa abbastanza tipica dei noir. O dei western.
Anche degli altri personaggi sappiamo in realtà molto poco della loro storia. C'è una giovane madre single (Carey Mulligan), c'è il suo bambino, c'è il suo capo, Shannon (Bryan Cranston) che conosce della gente piuttosto rozza, che però può essere utile alla loro causa.
In questo microcosmo, si sviluppa tutto il dramma di Drive. Il "ragazzo" entra in conflitto con la sua stessa famiglia, per così dire, e il conflitto non porterà a una risoluzione e un ritorno completo all'ordine iniziale, ma solo a una stabilizzazione, una neutralizzazione della situazione. Torna la calma, per lo meno apparente, le biglie del flipper impazzito sono state riportate in posizione di equilibrio, ma un equilibrio precario, in cui la lezione è che è meglio non cercare di sconvolgere la situazione per non creare danni peggiori. Esiste una redenzione? Sembra essere la domanda centrale del film. E la risposta è no, o per lo meno la redenzione
non è definitiva e totale, comporta una perdita, un compromesso. Alcuni valori sembrano pur sempre emergere, come amore, onestà e coerenza, anche in un film per certi versi bizzarro.
Drive sembra un film noir degli '70 o '80, un b-movie già a partire dai titoli di testa rosa shocking, per non parlare di tutto il trattamento cromatico di oggetti e della stessa città di Los Angeles, città inospitale ma a suo modo affascinante e romantica. Però la regia è totalmente diversa da un film di genere, da quei movimenti di macchina molto spregiudicati che per esempio sono elogiati da Tarantino, che pure pesca nello stesso immaginario filmico e condivide con Refn un certo gusto per il particolare truculento.
In Drive lo stile di regia sembra opposto a quello dei b-movies che piacciono a Quentin Tarantino. Le inquadrature sono fluide e calibrate. Non c'è spettacolarizzazione ed enfatizzazione attraverso la regia, ma anzi la regia sceglie di sottolineare, per così dire, l'indole del protagonista: fuoco che cova sotto la cenere.
Il film ha punte di kitsch, se non addirittura trash, ma il tutto sembra condito e trattato con una grande classe. Ed è forse questo unione ossimorica, questa commistione di opposti che ha fatto apprezzare il film a molti. Refn riesce a farlo senza risultare pretenzioso, ma il film traspira genuino affetto nei confronti dei riferimenti cinematografici che omaggia.
Le inquadrature precise e patinate
sono generalmente molto lunghe, dilatate, specie considerato il genere in cui il film si inserisce. La
composizione
molto calibrate, molto stabili (senza l'uso di camera a mano) sia nelle scene d'azione, sia nelle soggettive e spesso anche quando Gosling guida (o finge di guidare). Lo stesso si può dire per i molti ralenti. Le inquadrature sono spesso grandangolari con molta profondità di campo: cioè campi larghi in cui sia gli elementi in primo piano che lo sfondo sono a fuoco e sembrano avere pari dignità. Grande eccezione è la scena che si svolge in auto, in cui Irene, la ragazza di cui il protagonista si è innamorato, annuncia l'uscita dal carcere del marito. Nella scena il fuoco è costantemente sul volto impassibile di Gosling, mentre la ragazza, anche quando parla, rimane sempre fuori fuoco. Da lì il film cambia totalmente, un'ellissi di tempo non segnalata da alcuna transizione ci porta alla festa per lo scarceramento del marito di Irene e l'atmosfera sospesa e ipnotica (grazie al sonoro del film) si fa tesa.
Il ritmo del film è di conseguenza lento, e ciononostante la tensione è mantenuta viva per tutto il film, che non perde mai di interesse, perché alti e bassi della narrazione sono ben
ponderati. Solo nella seconda parte del film, nell'ultimo terzo addirittura, avvengono improvvise accelerazioni nelle scene di violenza e il passo posato del film è interrotto da alcune
sciabolate, come due colpi di katana presi da un film di samurai. Inoltre, vi sono gli insistiti e numerosi ralenti che caratterizzano molte scene, specie in questa seconda parte del film, ai quali abbiamo già accennato.
Il commento musicale è piuttosto esplicito. La musica elettronica conferisce un'atmosfera anni '80 alla pellicola, ma non solo serve a suggerire un tono e un’atmosfera, aggiunge significato: “real hero e real human being...”
Il regista dice di essere molto attento a questo aspetto perché secondo lui, il modo di descrivere un film non è a parola ma con la musica. Quando fa un film, Refn si chiede: come suona questo film? Che rumore fa?
La scarna vicenda raccontata dal film si svolge nell'arco temporale di pochi giorni, con ampie ellissi nella seconda parte, specie quella già ricordata prima dello scarceramento del marito di Irene. Si punta al sodo, non ci sono perdite di tempo. Anche da questo punto di vista, Drive è di una secchezza esemplare.
Drive è il secondo film "americano" di un danese che ha avuto successo specialmente con la trilogia Pusher, action movie violenti e sicuramente meno raffinati dal punto di vista stilistico. Un regista che non ha sfruttato l’occasione offerta dall’industria americana per fare film di cassetta – forse anche perché grossi budget dietro a Drive non ci sono, dopo il fallimento del primo film prodotto negli USA, Fear X, un film denso di mistero – ma ha fatto un’operazione quasi nostalgica.
E' un film che sfugge alla categorizzazione. E’ un film fatto con cura che non ha niente di attuale dal punto di vista stilistico e allo stesso tempo non si può definire un film postmoderno. Forse anche perché Refn, per sua stessa ammissione, ha smesso di ragionare su come devono essere i suoi film ma li gira seguendo l'istinto e solo dopo si accorge dei motivi che l'hanno portato a certe scelte. L'arte è per lui più il processo che il risultato.
Drive è un film, come tutti i suoi, che coltivano un'estetica delle immagini anni '80, così come la sonorità, periodo in cui, trasferito da poco a New York, non conoscendo la lingua e affetto da una forma di dislessia, non potendo leggere, Refn si è nutrito sostanzialmente solo di televisione.
Il regista ammette di rubare quando crea, ma dice che è necessario e che tutti lo fanno. Sostiene inoltre di fare sempre film su personaggi isolati, e crede che ciò sia dovuto al fatto di essersi sentito isolato nella sua infanzia newyorkese. E così, per esempio, in Walallah Rising (2009) il protagonista è un guerriero muto (taciturno quindi anche più del protagonista di Drive) e che ha solo un occhio, però può vedere il futuro e ha poteri telepatici.
Bronson (2008) è la biografia rivisitata di un carcerato inglese che invece di scontare 7 anni per furto ha passato 34 anni in carcere, 30 dei quali in isolamento per le continue risse e violente rivolte di cui si è reso protagonista. Ne viene fuori il ritratto di un performer che usa la violenza come forma espressivo.
I personaggi di Refn hanno insomma delle qualità interiori che desiderano con forza tirare fuori. I film parlano sempre di persone sole che devono usare la violenza per farsi valere. Non a caso, l'arte è secondo il regista un atto di violenza. Penetra il fruitore. E come la guerra può cambiare il mondo, ma invece di distruggere, ispira.
E in Drive il protagonista è un uomo senza amici e senza famiglia, un essere umano che è anche un eroe. Uno squalo buono, o un buono che sa essere squalo, come sembra suggerire il dialogo con il piccolo davanti alla TV. Un individuo dalla doppia personalità, galantuomo e rapinatore. Pacifico ma velenoso come lo scorpione che porta disegnato sul giubbino. Fatto che lo rende estremamente interessante ed è per questo che Ryan Gosling lo ha scelto, come ha scelto il regista che lo avrebbe ritratto in quella che appare come una grande opera di autopromozione. Gosling è protagonista indiscusso della pellicola ed è spesso inquadrato in primissimi piani, anche questi dal sapore western.
Il personaggio e il trattamento visivo del film stanno forse più a cuore a Refn e Gosling che non il racconto stesso, che può essere visto come nient’altro che una fiaba, una fiaba in cui un misterioso principe azzurro salva una principessa caduta in disgrazia. Purezza e precisione sono gli ideali di questo principe, anche quando compie reati. (Il tempo che dà ai rapinatori che scorta sui luoghi del delitto sono 5 minuti, non sgarra e non vuole sgarri. C'è una morale molto rigida in tutti i suoi comportamenti). Ne consegue una scarsa profondità dei personaggi e una rarefazione drammatica che lascia spazio alla cura visiva.
E' qui che risiede il principale valore del film, più che nella storia che non presenta eccezionalità e più che nei personaggi e nei temi che non presentano nulla di particolarmente originale. Sta proprio nello stile visivo del regista che rispolvera un po' nostalgicamente il thriller, fondendo come abbiamo visto stilemi estetizzanti a elementi kitsch. Molto di questo kitsch deriva dalle dirette citazione di Scorpio Rising un film underground del regista Kenneth Anger (1964), che è sempre stato un punto di riferimento per Refn. A partire dal giubbino del protagonista con lo scorpione ricamato, esatta copia di quello del film di Anger. E se allora i protagonisti sono centauri quasi feticisti della moto (con un intreccio di esibizione gay e nazista e simbologie sessuali e sadiche), nel film di Refn abbiamo un autista, che ha fatto dell'auto la sua ragione di vita. Un certo feticismo compare anche in alcuni elementi che caratterizzano il protagonista: il giubbotto (che non si toglie mai, nemmeno quando imbrattato di sangue è prova manifesta dei suoi crimini), lo stuzzicandenti che tiene spesso in bocca, il martello usato come arma sono elementi smaccatamente kitsch.
A me, Drive ricorda molto anche David Lynch per il tema della superficie idilliaca o glamour sotto la quale si nasconde il torbido. Ma vi trovo di Lynch anche la ricorrenza dell'elemento della strada e la descrizione della malavita Losangelina, che vede coinvolti in realtà pochi personaggi, tenebrosi, ma al limite del grottesco.
Volendo cercare qualcosa di archetipico in Drive, mi pare possibile anche ravvisarvi il racconto di un'emancipazione di un uomo non ancora del tutto adulto che deve “uccidere il padre”, liberarsi del gioco, trovare una nuova famiglia e cominciare ad essere veramente uomo. Come un racconto di formazione spostato però di 5 o 10 anni in avanti. Non si tratta di un adolescente ma di un giovane uomo. Alla fine del film, se l'equilibrio non è stato trovato, il protagonista può ben dire di essersi sbarazzato dei padri (e "padrini" e padroni, se si vuole), e sentirsi sicuramente più uomo.
Volendo cercare qualcosa di archetipico in Drive, mi pare possibile anche ravvisarvi il racconto di un'emancipazione di un uomo non ancora del tutto adulto che deve “uccidere il padre”, liberarsi del gioco, trovare una nuova famiglia e cominciare ad essere veramente uomo. Come un racconto di formazione spostato però di 5 o 10 anni in avanti. Non si tratta di un adolescente ma di un giovane uomo. Alla fine del film, se l'equilibrio non è stato trovato, il protagonista può ben dire di essersi sbarazzato dei padri (e "padrini" e padroni, se si vuole), e sentirsi sicuramente più uomo.
Nicolas Winding Refn (THE PUSHER TRILOGY, BRONSON, VALHALLA RISING) talks to Reverse Shot's Damon Smith about growing up isolated in America, the act of creation, and the Michael Bay movie he really wants to make.
Iscriviti a:
Post (Atom)
